
Quando le logiche del profitto privato penetrano nelle corsie del servizio pubblico, la linea di demarcazione tra la cura e la condotta illecita tende a dissolversi pericolosamente. Tra i faldoni riservati delle direzioni sanitarie e i tavoli operatori di strutture ad alta specializzazione, un imponente flusso di risorse pubbliche ha alimentato una macchina contabile finita direttamente sotto la lente della magistratura. L’arrivo improvviso delle forze dell’ordine nei reparti e l’avvio di accertamenti incrociati su documenti ufficiali e presenze in sala operatoria hanno scoperchiato una rete opaca, trasformando presunti miracoli della chirurgia in una complessa e pesante bufera giudiziaria.
L’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento si trova al centro di un gigantesco scandalo giudiziario scaturito dall’esecuzione di ben cento impianti di protesi al pene nell’arco di cinque anni.Trattandosi di un’operazione estranea ai Livelli essenziali di assistenza (Lea) e garantita dal Servizio sanitario nazionale unicamente a fronte di patologie tumorali, amputazioni o malformazioni congenite, la segnalazione presentata dall’ex commissario della struttura ha spalancato le porte all’inchiesta della Procura della Repubblica. Il pubblico ministero Alessia Battaglia muove formali contestazioni per peculato, falso e truffa aggravata a carico di cinque professionisti della sanità, tra i quali figurano tre primari e il noto urologo e chirurgo Gabriele Antonini, ritenuto una figura di riferimento nell’ambito della branca specialistica.
Gli investigatori dei Carabinieri del Nas di Palermo hanno già provveduto al sequestro di 112 cartelle cliniche riferite alle operazioni chirurgiche eseguite dal 2018 al 2024. Secondo la ricostruzione d’accusa, la struttura ospedaliera avrebbe erogato gratuitamente tali trattamenti ad assistiti che avrebbero invece dovuto sostenere autonomamente le spese. L’impatto economico per la sanità pubblica appare rilevante, considerando che ciascun dispositivo ha un valore di 8mila euro e l’importo totale di una singola procedura chirurgica si attesta sui 30mila euro. Vi è inoltre il forte sospetto che analogo meccanismo sia stato impiegato per dirottare pazienti del circuito privato verso presidi pubblici.
Le posizioni dei pazienti e il potenziale danno alla Corte dei Conti
Il quadro accusatorio nei confronti del personale medico ruota principalmente attorno al reato di truffa aggravata, addebito che la Procura sta valutando di estendere anche ai medesimi pazienti, la cui posizione resta attualmente oggetto di attenti accertamenti. A questa contestazione si affianca l’ipotesi di peculato, legata all’uso illegittimo delle sale operatorie sottratte alla programmata attività istituzionale, oltre al reato di falso, scaturito dall’omessa indicazione della presenza di Gabriele Antonini nei registri e nelle cartelle di ricovero.
Dalle testimonianze raccolte dai militari emerge inoltre che diversi operatori sanitari si sarebbero opposti a partecipare agli interventi dopo aver riscontrato in sala operatoria la presenza di medici esterni non autorizzati. Di fronte alla gravità dei fatti, l’Azienda sanitaria locale trasmetterà un’informativa formale alla Corte dei Conti per la quantificazione dell’eventuale danno erariale, annunciando già l’intenzione di costituirsi parte civile nell’eventuale dibattimento processuale.


