La storia di Guna intreccia due percorsi attorno a una visione: al centro ci sono la persona, la ricerca e la comunità.

Guna è una parola sanscrita legata alle qualità dell’essere e all’energia che attraversa ogni forma di vita. Per raccontare Alessandro Pizzoccaro bisogna partire dall’uomo che l’ha scelta e dalla visione che, con la moglie Adriana Carluccio, ha trasformato in un’impresa nel 1983. Lei arriva dalla ricerca farmaceutica, lui dall’import-export. A unirli è un’idea della cura che guarda alla persona nella sua interezza: Guna nasce da una convinzione prima ancora che da un progetto industriale.

Nel percorso di Pizzoccaro torna una parola: trasformazione. La cultura orientale accompagna la ricerca di un equilibrio che resta aperta. Anche l’impresa segue questa strada: parte dall’omeopatia e si apre alla Low Dose Medicine, alla ricerca, alla divulgazione e alla formazione medica. Non è un percorso lineare, ma lo guida una visione precisa: considerare il sintomo non come un fatto isolato, bensì come l’espressione di alterazioni che coinvolgono reti biologiche complesse e interconnesse. Una prospettiva che si richiama ai principi della Medicina dei Sistemi e al sostegno delle capacità di adattamento e riequilibrio dell’organismo.

Gli ostacoli non sono mancati. Portare avanti una visione significa esporsi e tornare a spiegarla, anche quando sarebbe più semplice tacere. Nel racconto di Pizzoccaro affiora la fragilità: nei momenti difficili, ricorda, suo padre seppe dargli i consigli giusti. Poche parole che svelano l’uomo dietro l’imprenditore e il bisogno di una guida quando le certezze si incrinano. La determinazione non è assenza di dubbi, ma capacità di attraversarli e ritrovare la strada.

La visione è passata anche attraverso la famiglia. Le figlie, Irene, Anna, Stella, Sofia e Lucia, sono cresciute accanto al progetto, ma ciascuna è stata lasciata libera di scegliere il proprio cammino. Un’eredità che somiglia alla sua idea di comunità: trasmettere ciò in cui si crede senza trattenere e lasciare spazio a ciascuno.

Oggi la sua battaglia è far arrivare a tutti un’informazione corretta sulla Low Dose Medicine: raccontarne la ricerca e l’efficacia, discutere i possibili risparmi per il Servizio sanitario nazionale, aprire occasioni di confronto. Chi si fa carico di un progetto così grande non arriva mai a una conclusione definitiva: ogni passo porta la responsabilità di fare il successivo. È qui che la presenza di Pizzoccaro in prima linea acquista senso: non protagonismo, ma impegno a non lasciare che una convinzione si perda o venga semplificata.

La scelta di favorire la circolazione del sapere e rinunciare alla protezione brevettuale racconta la tensione verso il benessere comune. Ricerca, formazione e simposi fanno parte di un disegno più ampio: far crescere una comunità capace di confrontarsi, informarsi e contribuire a migliorare la salute della popolazione, minimizzando gli effetti avversi. La conoscenza non resta chiusa dentro un’impresa: viaggia, si condivide, genera nuove domande.

Forse il patrimonio più grande di Pizzoccaro è questo: tenere insieme inquietudine e determinazione, visione e responsabilità. Il successo non si misura soltanto nella crescita dell’azienda, ma nel valore delle persone, delle relazioni e della comunità. E nel continuare a stare in prima linea perché quel valore arrivi più lontano.



