
La contemporanea presenza di attività sismica nel Tirreno meridionale e di una prolungata fase di bradisismo ai Campi Flegrei ha riacceso interrogativi e preoccupazioni tra i cittadini. La successione degli eventi, osservata in un territorio particolarmente esposto ai rischi geologici, ha alimentato anche sui social network ipotesi di possibili collegamenti tra fenomeni distanti centinaia di chilometri. Ma la vicinanza temporale tra due sequenze non dimostra necessariamente l’esistenza di un rapporto causale, e per comprendere ciò che sta accadendo occorre distinguere le suggestioni dalla conoscenza scientifica.
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Per fare chiarezza, MeteoWeb ha intervistato il professor Warner Marzocchi, ordinario di Geofisica della Terra Solida all’Università degli Studi di Napoli Federico II ed esperto di sismologia statistica. Nel colloquio, lo studioso affronta i dubbi sull’eventuale interazione tra la sequenza tirrenica e la crisi flegrea, spiega perché non sia possibile stabilire in anticipo quale terremoto sarà il più forte di una sequenza e chiarisce il significato delle probabilità utilizzate nei sistemi di previsione sismica operativa. Un’analisi che riporta al centro anche un tema decisivo per la sicurezza: la prevenzione sismica e la vulnerabilità degli edifici.

Terremoti nel Tirreno e Campi Flegrei, nessuna evidenza di un collegamento
La contemporaneità degli eventi ha alimentato il timore che un terremoto in mare possa influenzare l’attività sismica o vulcanica dell’area napoletana. Nell’intervista a MeteoWeb, Marzocchi invita però a non confondere la coincidenza temporale con un’interazione fisica dimostrata.
«Allo stato attuale delle conoscenze, la crisi bradisismica dei Campi Flegrei e la sequenza sismica nel Tirreno sono fenomeni indipendenti, caratterizzati da dinamiche e scale temporali molto diverse: dell’ordine di anni per la crisi bradisismica e di settimane o pochi mesi per una sequenza tettonica come quella in corso nel Tirreno».
Il professore chiarisce anche il significato del cosiddetto contagio sismico, un fenomeno che può effettivamente verificarsi in determinate condizioni, ma che non autorizza a ipotizzare collegamenti indiscriminati tra aree geograficamente lontane.
«Questo effetto si manifesta generalmente su scale spaziali limitate, tipicamente di pochi chilometri, che possono diventare più ampie nel caso di terremoti di magnitudo particolarmente elevata».
E sul rapporto tra i due fenomeni osservati nell’Italia meridionale, la conclusione è netta: «Nel caso specifico, non vi sono evidenze scientifiche che suggeriscano un collegamento tra la sequenza sismica nel Tirreno e la crisi bradisismica dei Campi Flegrei».
Marzocchi riconosce che le interazioni sismiche a grande distanza possono verificarsi in condizioni particolari, ma sottolinea che non esistono elementi per ritenere plausibile che la sequenza tirrenica abbia attivato la crisi flegrea. La distanza geografica e le differenti dinamiche dei due sistemi impongono quindi di evitare ricostruzioni prive di riscontri scientifici.
Foreshock, mainshock e aftershock: perché non si può sapere subito quale sarà la scossa più forte
Un altro tema affrontato nell’intervista a MeteoWeb riguarda la sequenza sismica del Tirreno meridionale, caratterizzata da diverse scosse di magnitudo superiore a 4 prima dell’evento di magnitudo momento Mw 5.5, seguito da numerose repliche.
Una successione che può apparire anomala a chi si aspetta il modello tradizionale della scossa principale seguita da terremoti progressivamente più deboli. La sismologia statistica, tuttavia, non permette di classificare con certezza gli eventi mentre una sequenza è ancora in corso.
«I modelli utilizzati per descrivere l’evoluzione delle sequenze sismiche non distinguono a priori tra foreshock, mainshock e aftershock. Si tratta infatti di definizioni che possono essere attribuite con certezza solo a posteriori, quando l’evoluzione della sequenza è ormai nota», spiega Marzocchi.
Per chiarire il concetto, il professore richiama la sequenza sismica del Centro Italia del 2016. Dopo il terremoto di Amatrice, inizialmente considerato l’evento principale, si verificarono le scosse di Visso e Norcia, quest’ultima di magnitudo superiore. Un’evoluzione che dimostra quanto sia difficile attribuire un ruolo definitivo a una scossa prima che la sequenza sia terminata.
«Questo esempio mostra quanto tali definizioni siano poco utili per descrivere e prevedere l’evoluzione di una sequenza mentre è ancora in corso».
Il punto fondamentale è che un terremoto successivo può essere più forte di quello che lo ha preceduto. Non esiste, infatti, una legge secondo cui le scosse debbano necessariamente diminuire d’intensità nel tempo.
«Non esiste quindi una regola secondo cui i terremoti di una sequenza debbano necessariamente diminuire di magnitudo nel tempo: i terremoti di grande magnitudo diventano meno probabili solo perché il numero di eventi innescati diminuisce nel tempo».
La distinzione è importante anche sul piano pratico: una sequenza attiva non può essere interpretata automaticamente come un fenomeno destinato a esaurirsi attraverso scosse sempre più deboli.

Previsione sismica probabilistica, cosa significano davvero le percentuali
Nell’intervista a MeteoWeb, Marzocchi affronta anche il tema dell’Operational Earthquake Forecasting (OEF), ovvero la previsione sismica probabilistica operativa. Questo approccio consente di aggiornare le valutazioni sulla probabilità che si verifichino terremoti in determinate condizioni, senza pretendere di indicare con certezza il momento esatto, il luogo e la magnitudo di una futura scossa.
Il problema principale riguarda il modo in cui le probabilità vengono interpretate. Un incremento del rischio può essere significativo dal punto di vista statistico e, contemporaneamente, restare associato a una probabilità assoluta relativamente bassa. Questo non significa che l’informazione sia inutile, ma neppure che un evento temuto sia destinato a verificarsi.
Marzocchi sottolinea che l’utilizzo pratico di queste informazioni richiede ancora approfondimenti e una comunicazione efficace.
«Per fare un esempio, chi sarebbe disposto a prendere un aereo sapendo che la probabilità di un incidente è anche solo di pochi punti percentuali? Probabilmente nessuno».
L’esempio serve a evidenziare come la valutazione del rischio non possa prescindere dalle conseguenze potenziali dell’evento. Una probabilità deve essere interpretata considerando sia la possibilità che qualcosa accada sia l’impatto che avrebbe se si verificasse.
«La comunicazione dei rischi associati a fenomeni a bassa probabilità ma ad alto impatto rappresenta infatti una sfida ancora aperta, non soltanto in ambito sismologico, ma anche in molti altri settori».
La sfida, dunque, è comunicare le informazioni probabilistiche senza alimentare allarmismi ingiustificati e senza trasformare l’incertezza in una falsa rassicurazione. Le percentuali non sono previsioni deterministiche: sono strumenti per valutare il rischio e orientare le decisioni.
Campi Flegrei, perché i terremoti superficiali possono essere particolarmente intensi
La situazione dei Campi Flegrei presenta caratteristiche che meritano un’attenzione specifica. La crisi bradisismica è accompagnata da deformazioni del suolo e da una sismicità spesso molto superficiale, condizioni che possono influenzare in modo significativo gli effetti dei terremoti sulle aree abitate.
Marzocchi spiega che la profondità ridotta degli eventi rappresenta un elemento determinante per comprendere l’intensità dello scuotimento percepito in superficie.
«La principale criticità dei terremoti ai Campi Flegrei è legata alla loro profondità molto ridotta. Anche eventi di magnitudo moderata, ad esempio intorno a 4, possono infatti produrre scuotimenti particolarmente intensi nelle immediate vicinanze dell’epicentro, con effetti potenzialmente significativi sugli edifici e sulle infrastrutture».
Al contrario, i terremoti tettonici che si verificano a profondità maggiori possono distribuire gli effetti su aree geografiche più estese, mentre lo scuotimento tende a diminuire con la distanza dalla sorgente.
Il professore invita inoltre a non considerare la sismicità flegrea come qualcosa di completamente diverso, sul piano della rottura delle rocce, dai terremoti tettonici.
«È importante sottolineare, tuttavia, che dal punto di vista dei meccanismi fisici, la grande maggioranza dei terremoti registrati ai Campi Flegrei presenta caratteristiche del tutto analoghe a quelle dei terremoti tettonici. Si tratta infatti prevalentemente di eventi dovuti alla fratturazione e allo scorrimento lungo faglie, in risposta alle variazioni dello stato di sforzo nella crosta terrestre».
La differenza nella profondità delle sorgenti è quindi fondamentale per valutare gli effetti locali. Per questo, la magnitudo da sola non basta a descrivere il potenziale impatto di un terremoto su edifici e infrastrutture.
Come comunicare il rischio senza alimentare paura e false certezze
La convivenza con una sequenza sismica prolungata può incidere sulla serenità delle comunità, soprattutto quando le scosse si ripetono e l’incertezza rende difficile programmare la vita quotidiana. In queste condizioni, la comunicazione scientifica assume un ruolo essenziale.
Per Marzocchi, non basta disporre di informazioni corrette: è necessario renderle comprensibili e adeguate alle esigenze delle persone a cui sono rivolte.
«La nostra scienza può diventare realmente utile alla società solo se i risultati vengono comunicati in modo corretto, chiaro e comprensibile».
Il professore sottolinea che comunicare il rischio richiede competenze che vanno oltre la conoscenza dei processi fisici. Occorre considerare anche la percezione individuale del pericolo, il livello di familiarità con le informazioni scientifiche e la diversa capacità di convivere con l’incertezza.
«Un aspetto fondamentale è riconoscere che l’efficacia della comunicazione dipende anche dalle caratteristiche delle persone a cui è rivolta, dalla loro percezione del rischio e dal diverso grado di tolleranza nei confronti dell’incertezza e delle possibili conseguenze degli eventi».
Il messaggio è chiaro: evitare il sensazionalismo non significa minimizzare il rischio. Allo stesso modo, riconoscere i limiti delle conoscenze scientifiche non equivale ad affermare che non sia possibile elaborare valutazioni utili.
Prevenzione sismica, la sicurezza dipende anche dalla qualità degli edifici
L’ultimo passaggio dell’intervista a MeteoWeb riguarda uno degli aspetti più importanti per ridurre le conseguenze dei terremoti: la vulnerabilità del patrimonio edilizio. L’attenzione pubblica tende spesso a concentrarsi sulla magnitudo delle scosse, soprattutto nelle ore immediatamente successive a un evento. Molto più difficile è mantenere viva l’attenzione sulla prevenzione nei periodi in cui l’emergenza non è percepita come imminente.
Marzocchi individua proprio in questo comportamento una delle principali difficoltà da affrontare.
«È una domanda difficile, perché tocca un aspetto profondamente radicato nella natura umana: tendiamo a preoccuparci dei rischi soprattutto quando li percepiamo come imminenti, mentre è molto più difficile mantenere alta l’attenzione nei periodi di apparente tranquillità».
La risposta, secondo il professore, passa attraverso iniziative capaci di consolidare una cultura della prevenzione che non dipenda soltanto dalle emergenze del momento.
«Non esiste una soluzione semplice a questo problema, ma ne siamo pienamente consapevoli. Proprio per questo sono in corso numerose iniziative, anche da parte della Protezione Civile, volte a promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi e, soprattutto, a favorire una cultura della prevenzione che non dipenda soltanto dall’emergenza del momento».
La questione riguarda quindi la capacità di trasformare le informazioni scientifiche in scelte concrete e durature. La valutazione del rischio, il monitoraggio e la comunicazione sono strumenti importanti, ma devono accompagnarsi a una maggiore attenzione alla sicurezza degli edifici e delle infrastrutture.
Chi è Warner Marzocchi
Warner Marzocchi è professore ordinario di Geofisica della Terra Solida presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha ricoperto il ruolo di dirigente di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ed è membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
La sua attività scientifica riguarda, tra gli altri ambiti, la sismologia statistica, la valutazione della pericolosità sismica e vulcanica e lo sviluppo dei metodi di previsione probabilistica operativa.
Nell’intervista a MeteoWeb, il suo contributo riconduce il dibattito sulle recenti sequenze sismiche a una distinzione fondamentale: ciò che è scientificamente documentato e ciò che, invece, rimane un’ipotesi senza riscontri sufficienti. Non esistono evidenze di un collegamento tra la sequenza nel Tirreno meridionale e la crisi bradisismica dei Campi Flegrei, mentre resta centrale la necessità di comprendere le probabilità, comunicare correttamente l’incertezza e investire nella prevenzione.
La sicurezza non può dipendere dalla speranza che le scosse diminuiscano progressivamente d’intensità, né dall’attesa di una previsione esatta del prossimo terremoto. La sfida è costruire una consapevolezza del rischio capace di tradursi in comportamenti informati e in una maggiore protezione delle persone.


