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«Se schiatta ci divertiamo», le frasi choc dell’agente durante il fermo mortale di Fakir. Ora chiede scusa alla famiglia

Pubblicato: 28/10/2026 22:33

«Se schiatta ci divertiamo». «Cazzo me ne frega a me». Sono le frasi pronunciate da uno degli agenti di polizia coinvolti nel fermo di Abderrahim Fakir, il 42enne marocchino morto il 19 luglio a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine. Parole registrate dalle bodycam in dotazione ai poliziotti e finite agli atti dell’inchiesta sulla morte dell’uomo. Dopo la diffusione delle trascrizioni, l’agente ha deciso di chiedere pubblicamente scusa alla famiglia della vittima e alla Polizia di Stato, attraverso il proprio avvocato, Gabriele Bordoni. Intanto, dagli accertamenti medico-legali disposti dalla Procura emergono tre fattori che avrebbero contribuito al decesso: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona, l’assunzione di cocaina e problemi cardiaci.

Le frasi registrate dalle bodycam durante il fermo

Le parole pronunciate dal poliziotto sono emerse nell’ambito degli accertamenti sulla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta il 19 luglio durante un fermo di polizia a Bologna.

Le registrazioni delle telecamere corporee utilizzate dagli agenti sono state acquisite dagli investigatori e successivamente trascritte.

Tra le espressioni finite agli atti figurano due frasi particolarmente gravi: «Se schiatta ci divertiamo» e «Cazzo me ne frega a me».

Le dichiarazioni, rese note martedì 27 ottobre, hanno portato uno dei due agenti coinvolti nell’indagine a intervenire pubblicamente attraverso il proprio difensore.

Le registrazioni rappresentano uno degli elementi esaminati dagli inquirenti per ricostruire quanto accaduto durante l’intervento e valutare le condotte dei presenti.

Le scuse del poliziotto: «Frasi inaccettabili»

A comunicare la posizione dell’agente è stato l’avvocato Gabriele Bordoni, che ha riportato le parole del proprio assistito.

«Voglio scusarmi con i familiari di Fakir e con il mio corpo di appartenenza per le frasi inaccettabili che ho pronunciato».

Il poliziotto riconosce dunque la gravità delle espressioni utilizzate, rivolgendo le proprie scuse sia ai familiari dell’uomo deceduto sia all’istituzione di cui fa parte.

Il legale ha cercato di spiegare il contesto nel quale quelle parole sarebbero state pronunciate, facendo riferimento alle condizioni emotive e fisiche dell’agente durante l’intervento.

Secondo Bordoni, si sarebbe trattato di «espressioni frutto della concitazione, della stanchezza e della grande emozione».

Una spiegazione che, tuttavia, lo stesso avvocato non considera sufficiente a giustificare il linguaggio utilizzato.

«Ciò non toglie che non si addicano a un servitore dello Stato», ha precisato.

La morte di Abderrahim Fakir: le tre concause individuate dai consulenti

Mentre prosegue la discussione sulle frasi registrate dalle bodycam, l’inchiesta giudiziaria si concentra soprattutto sulle circostanze della morte del 42enne.

La relazione dei consulenti nominati dalla Procura ha individuato tre concause che avrebbero avuto un ruolo determinante nel decesso di Fakir.

La prima riguarda lo schiacciamento provocato dalla posizione prona, ossia la posizione a pancia in giù nella quale si trovava l’uomo durante il fermo.

Gli altri due fattori indicati nella consulenza sono l’assunzione di cocaina e la presenza di problemi cardiaci.

Secondo gli esperti, dunque, la morte sarebbe riconducibile alla combinazione di più elementi, tra i quali figura anche la compressione subita dal corpo.

Si tratta di conclusioni medico-legali rilevanti per l’indagine, ma che non determinano automaticamente le eventuali responsabilità penali degli agenti coinvolti.

L’inchiesta prosegue: da chiarire le responsabilità

Gli investigatori dovranno ricostruire nel dettaglio le modalità del fermo, la durata e le condizioni dell’immobilizzazione e il possibile contributo delle condotte degli agenti alla morte di Abderrahim Fakir.

In questo quadro assumono particolare importanza sia la consulenza medico-legale sia le immagini e le registrazioni delle bodycam, che possono contribuire a chiarire la sequenza degli eventi.

Le frasi pronunciate da uno dei poliziotti costituiscono un ulteriore elemento emerso dall’inchiesta, distinto dall’accertamento del nesso causale tra l’intervento e il decesso.

Le scuse dell’agente arrivano dunque mentre la magistratura sta ancora lavorando per stabilire quanto accaduto quel 19 luglio.

Resta al centro della vicenda la morte di un uomo di 42 anni durante un intervento di polizia e la necessità di chiarire, attraverso gli accertamenti giudiziari, se siano state rispettate le procedure e quali responsabilità possano emergere.

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