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Netanyahu può restare premier, ma Eisenkot detta le condizioni: il retroscena sulle trattative per il nuovo governo

Pubblicato: 30/10/2026 09:24

La porta a Benjamin Netanyahu non è chiusa. Anzi, l’ipotesi di un governo di unità nazionale che comprenda il Likud e il partito di Gadi Eisenkot resta concretamente sul tavolo. A rivelare quali siano le condizioni per arrivare a un accordo è una fonte riservata di altissimo livello, interna allo schieramento di Eisenkot, che ha ricostruito gli scenari politici aperti dal voto e i possibili margini di trattativa. Il punto più importante è che non esiste un veto assoluto alla permanenza di Netanyahu come primo ministro. Ma il leader del Likud dovrebbe accettare cambiamenti sostanziali, a cominciare dall’esclusione di una parte dei suoi attuali alleati.

La novità è proprio questa: Eisenkot non esclude categoricamente un governo con Netanyahu ancora premier. L’obiettivo rimane portare l’ex capo di Stato maggiore alla guida del Paese, ma la politica israeliana è entrata in una fase nella quale nessuna soluzione può essere scartata. Nemmeno una staffetta tra i due leader, con Netanyahu primo ministro per i primi due anni ed Eisenkot per i successivi. «È possibile», conferma la fonte riservata, pur ricordando che gli accordi di rotazione già sperimentati con Netanyahu non hanno sempre avuto l’esito concordato. Le trattative vere e proprie, però, devono ancora prendere forma e nessuno conosce fino in fondo tutte le carte disponibili.

Le due condizioni decisive per governare con Netanyahu

Il primo punto riguarda il 7 ottobre 2023. Un eventuale governo di unità nazionale dovrebbe impegnarsi a istituire immediatamente una commissione d’inchiesta sulle responsabilità politiche, militari e istituzionali che hanno reso possibile l’attacco di Hamas. Non sarebbe un impegno generico da inserire nel programma di governo, ma una delle prime decisioni da adottare dopo l’insediamento del nuovo esecutivo. La fonte è categorica: «Non potremmo partecipare a un governo senza la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre».

La seconda condizione riguarda la composizione della maggioranza. Eisenkot non accetterebbe di governare insieme alla componente più estrema della destra israeliana. Ma qui emerge un dettaglio politicamente significativo: non si tratterebbe necessariamente di escludere tutte le formazioni della destra radicale, bensì almeno uno specifico partito ritenuto incompatibile con un progetto di unità nazionale. Una distinzione sulla quale la fonte riservata insiste e che potrebbe lasciare margini di negoziato più ampi di quanto suggeriscano le dichiarazioni pubbliche dei protagonisti.

Sul tavolo ci sarebbe anche la questione della giustizia. L’area di Eisenkot non intende accettare una ripresa delle riforme istituzionali tentate dal precedente governo, soprattutto se imposte attraverso una maggioranza parlamentare risicata. Questo non significa escludere cambiamenti nel sistema giudiziario, neppure nelle procedure di nomina dei giudici della Corte Suprema. Significa però pretendere un metodo diverso, fondato su un consenso politico più ampio. Tra le ipotesi da discutere compare anche l’introduzione di un limite di sei oppure otto anni alla permanenza in carica del primo ministro.

La questione più delicata rimane comunque il ruolo personale di Netanyahu. Alla domanda se Eisenkot potrebbe accettare di lasciargli la guida del governo, la fonte non risponde negativamente: «La questione non può essere ridotta semplicemente a un sì oppure a un no». E aggiunge: «Noi non vogliamo dargli quella carica». Ma non volerlo, come emerge dal ragionamento, non equivale a escluderlo in ogni circostanza. La disponibilità a discutere non rappresenta ancora un accordo, ma indica che la permanenza di Netanyahu alla guida di un esecutivo di unità nazionale non è considerata impossibile.

L’altra strada passa dai partiti arabi: quattro condizioni sul tavolo

Ma la trattativa con Netanyahu non è l’unica opzione. Eisenkot guarda anche alla possibilità di costruire una maggioranza con il contributo delle formazioni arabe, protagoniste di una forte mobilitazione elettorale. Anche su questo terreno, secondo quanto riferito dalla fonte riservata, sono state individuate quattro condizioni precise. Il principio è che nessun partito debba essere escluso semplicemente perché rappresenta cittadini arabi. La discriminante deve riguardare l’accettazione dei valori fondamentali dello Stato e degli impegni richiesti a chi intende partecipare al governo.

La prima condizione è il servizio al Paese, attraverso l’esercito oppure, per chi non presta servizio militare, mediante forme di servizio civile nazionale. La seconda è il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, nel rispetto dell’uguaglianza di tutti i cittadini. La terza consiste nell’accettazione dei valori della Dichiarazione d’indipendenza proclamata da David Ben-Gurion nel 1948. La quarta, probabilmente la più difficile da soddisfare per alcune formazioni arabe, è il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, con la conseguente esclusione di qualsiasi suo futuro ruolo militare o di governo nella Striscia di Gaza.

Le stesse regole, almeno in linea di principio, dovrebbero valere anche per le formazioni ebraiche ultraortodosse. «Le condizioni valgono per entrambi. Se non le accettano, non possono fare parte della nostra coalizione», spiega la fonte. È una posizione che sottrae la questione delle alleanze alla contrapposizione tra ebrei e arabi e individua invece alcuni requisiti politici comuni. Resta naturalmente da comprendere quali partiti sarebbero davvero disponibili ad accettare tutte e quattro le condizioni, soprattutto quella relativa ad Hamas.

Il risultato elettorale ha dunque aperto una partita molto più complessa del semplice confronto tra vincitori e sconfitti. Netanyahu conserva il primato del Likud, ma deve trovare i numeri per governare. Eisenkot non dispone di una maggioranza autonoma, ma può partecipare alla costruzione di soluzioni differenti. Accordo con i partiti arabi, grande coalizione con il Likud oppure nuove elezioni: sono queste le tre possibilità principali. E mentre pubblicamente prevalgono le dichiarazioni di principio, la ricostruzione che arriva dall’interno dello schieramento di Eisenkot rivela un dato politicamente decisivo: il ritorno di Netanyahu a capo del governo resta una possibilità, purché accetti condizioni capaci di cambiare radicalmente la natura della sua maggioranza.

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