
Non è più solo concorrenza sleale sul Parmesan. L’amministrazione Trump sta passando all’attacco frontale contro le denominazioni protette europee, e l’Italia è il primo bersaglio. Con quasi 900 prodotti Dop e Igp, siamo il Paese più esposto al mondo.
Il meccanismo è contenuto in leggi recenti come il Farm Act e nel cosiddetto Safety Bill in approvazione: l’obiettivo è trasformare per legge marchi come Parmigiano, Asiago, Gorgonzola, Provolone e Mortadella Bologna in “nomi comuni”. Così i produttori americani potrebbero usarli liberamente, anche per l’export.
Il paradosso spiegato al contrario
Per capire la portata dell’aggressione, basta invertire i ruoli. Immaginate un gruppo di italiani che lancia un software e un e-commerce, li chiama Microsoft e Amazon, e poi convince Bruxelles a stabilire per legge che non sono marchi privati ma nomi generici.
Poi l’UE impone in Asia e Sud America che quei nomi siano liberi, convince l’agenzia ONU per la proprietà intellettuale, la WIPO, che quei brand non appartengono più agli americani, e manda il suo direttore a Washington a spiegare che gli europei hanno ragione a usarli.
Assurdo? È esattamente quello che sta facendo Washington con i nostri prodotti, solo a parti invertite.
La WIPO apre ai produttori americani e l’affondo in Argentina
L’aggressione sta accelerando proprio in questi giorni. Il 15 ottobre a Roma il direttore generale della WIPO, Daren Tang, ha spiegato che denominazioni come Asiago e Gorgonzola non sarebbero protette. Una posizione che contraddice la legge europea e gli accordi commerciali UE, come quello con il Mercosur.
Secondo Tang, i produttori americani hanno diritto di usarle. Non solo: l’amministrazione Trump, tramite il rappresentante al Commercio Jamieson Greer, sta imponendo questi marchi come “nomi comuni” anche in accordi bilaterali con Paesi come l’Argentina, in aperta contraddizione con quanto l’Argentina stessa ha firmato nel trattato Mercosur.
La WIPO dovrebbe proteggere la proprietà intellettuale, ma appare sempre più influenzata dalla potente lobby americana “Common Food Names” del settore lattiero-caseario. Molte delle aziende che la finanziano sono sostenitrici di Trump, ma anche i democratici sono allineati sulla linea.
In gioco ci sono miliardi di euro di export agroalimentare. E per l’Italia, la posta è più alta che per chiunque altro.


