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Israele, Eisenkot vuole mandare a casa Netanyahu con l’aiuto di arabi e ultraortodossi

Pubblicato: 01/11/2026 18:50

Una maggioranza costruita attraverso le astensioni, un accordo politico tra forze molto diverse e la possibilità di mandare all’opposizione Benjamin Netanyahu. È il piano al quale sta lavorando Gadi Eisenkot, leader di Yashar!, per tentare di formare il prossimo governo israeliano. Il Blocco del cambiamento, che dispone di 48 seggi alla Knesset, sta valutando una soluzione che consentirebbe di superare i 53 parlamentari schierati con il premier uscente. La chiave sarebbe l’atteggiamento dei partiti arabi e soprattutto di una formazione ultraortodossa finora alleata del Likud.

Il passaggio decisivo riguarda Ebraismo della Torah Unito, partito religioso che ha conquistato sette seggi. Se i suoi parlamentari decidessero di astenersi, Netanyahu potrebbe contare su appena 46 voti, contro i 48 del fronte guidato da Eisenkot. Un equilibrio sufficiente, almeno sulla carta e nelle condizioni ipotizzate, a consentire la nascita di un governo alternativo. Per convincere gli ultraortodossi si ragiona su garanzie relative ai finanziamenti destinati alle loro comunità e su una possibile revisione della normativa che disciplina il servizio militare obbligatorio, uno dei temi più controversi della politica israeliana.

Il ruolo dei partiti arabi e le quattro condizioni di Eisenkot

L’altro elemento fondamentale del progetto riguarda le formazioni arabe, che complessivamente dispongono di 19 seggi. La Lista Comune e Ra’am potrebbero permettere la nascita del nuovo esecutivo senza entrarvi direttamente, attraverso un sostegno parlamentare esterno o l’astensione. Esiste anche la possibilità che Yoav Segalovitz, parlamentare ebreo eletto con Ra’am, scelga di votare a favore, portando a 49 i consensi del Blocco del cambiamento. Secondo il sito israeliano Walla, entrambi i partiti arabi sarebbero inoltre orientati a indicare Eisenkot al presidente Isaac Herzog durante le consultazioni previste da mercoledì 4 novembre.

L’ex capo di Stato maggiore ha però fissato quattro condizioni per una collaborazione politica con le forze arabe: riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; adesione ai principi della Dichiarazione d’indipendenza del 1948; accettazione del servizio militare o civile; riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. Mansour Abbas, leader di Ra’am, ha manifestato disponibilità ad accettare queste condizioni, aprendo anche alla partecipazione diretta al governo. Diversa la posizione della Lista Comune, che respinge tali richieste ed esclude un ingresso nell’esecutivo, pur lasciando aperta la possibilità di favorire la formazione di un governo alternativo dall’esterno.

Restano ostacoli importanti anche all’interno dello schieramento contrario a Netanyahu. Naftali Bennett e Avigdor Lieberman guardano con diffidenza a un governo di minoranza la cui sopravvivenza dipenderebbe dall’atteggiamento dei partiti arabi e ultraortodossi. Le trattative proseguono senza che sia stato ancora raggiunto un accordo definitivo. Intanto le opposizioni stanno lavorando anche alla sostituzione del presidente della Knesset, incarico per il quale circola il nome di Yair Lapid. Sarebbe un primo passaggio parlamentare significativo per verificare la capacità delle diverse forze di agire insieme.

Sul quadro politico continua però a pesare la crisi con l’Iran. Una nuova escalation militare potrebbe modificare le priorità dei partiti e riportare al centro delle trattative l’ipotesi di un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot. Per il momento restano dunque aperte due strade molto diverse: un esecutivo alternativo al Likud, sostenuto da un delicato equilibrio parlamentare, oppure un’intesa tra i principali protagonisti della politica israeliana. Le consultazioni con Herzog rappresenteranno il primo banco di prova per capire quali alleanze siano effettivamente praticabili.

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