
Benjamin Netanyahu è ancora al centro della politica israeliana. Ha perso la maggioranza parlamentare, non dispone dei numeri per formare da solo un nuovo governo, ma conserva un potere di condizionamento che potrebbe persino consentirgli di trascinare il Paese verso nuove elezioni. È il paradosso emerso dal voto del 27 ottobre e al centro dell’analisi di Sergio Della Pergola, professore emerito di Demografia all’Università Ebraica di Gerusalemme, intervenuto lunedì 2 novembre, in collegamento da Gerusalemme, durante un incontro online organizzato dalla Federazione delle Associazioni Italia-Israele, dedicato ai risultati delle elezioni israeliane e ai possibili scenari politici per il futuro del Paese. «Il governo Netanyahu non ha perso le elezioni; ha perso la maggioranza, ma l’opposizione non ha guadagnato», ha spiegato il professore, delineando una situazione nella quale la Knesset potrebbe diventare il vero centro del potere, mentre il primo ministro uscente continua a controllare il governo.
La novità politica più importante, secondo Della Pergola, è proprio il ritorno del Parlamento al centro della vita democratica. «Quello che succede adesso è molto interessante», ha osservato, perché «finalmente qui si gioca sulle regole della democrazia». E il risultato elettorale, a suo giudizio, dimostra anche qualcosa di più profondo sulla natura dello Stato israeliano. «La grande affluenza degli arabi alle urne dimostra che quella stupida frase dell’apartheid non ha nessuna ragione di essere». Il professore ha insistito sul peso assunto dai partiti arabi, i cui rappresentanti potrebbero risultare decisivi nella costruzione di una nuova maggioranza. «L’apartheid si misura sui diritti esercitati», ha aggiunto, sottolineando che oggi quei partiti dispongono di «un grande potere di negoziato». Per Della Pergola si tratta di «una grande affermazione della democrazia israeliana di fronte a tutti i tentativi di denigrare questo paese».
Il Parlamento può mettere Netanyahu all’angolo
La prima prova arriverà il 10 novembre, quando la nuova Knesset si insedierà e dovrà affrontare anche la questione della propria presidenza. L’attuale presidente Amir Ohana, espressione del Likud, non può più contare automaticamente sui voti della precedente maggioranza, ridotta a 53 seggi. Le opposizioni, insieme ai partiti arabi, potrebbero trovare un’intesa per eleggere una figura alternativa. Circolano i nomi di Yair Lapid e Oded Forer, ma soprattutto quello di Gadi Eisenkot, leader della principale formazione di opposizione. «Potremmo, tutto con il condizionale e con grandi punti di domanda, vedere per alcuni giorni Eisenkot presidente della Knesset», ha spiegato Della Pergola. Un passaggio apparentemente istituzionale che potrebbe invece cambiare radicalmente gli equilibri politici.
Il punto è che il Parlamento potrebbe cominciare a prendere decisioni senza aspettare la formazione di un nuovo esecutivo. «Non è il governo il sovrano, il sovrano è il Parlamento, il sovrano è il popolo», ha ricordato Della Pergola. E ancora: «La Knesset ha una maggioranza non governativa». Questo significa che potrebbero essere avviati provvedimenti finora bloccati dall’esecutivo Netanyahu. Il primo riguarda una commissione d’inchiesta sulla strage del 7 ottobre 2023, la cui istituzione è stata ostacolata dal governo uscente. Alla domanda se una commissione possa nascere nonostante l’opposizione del primo ministro, il professore ha risposto senza esitazioni: «Chiaramente sì, perché il governo in carica può essere contrario, ma il Parlamento è sovrano».
Non sarebbe l’unica iniziativa possibile. La nuova maggioranza parlamentare potrebbe promuovere una legge che impedisca a un primo ministro di rimanere in carica per più di due mandati, una misura destinata a incidere direttamente sulla posizione di Netanyahu. Potrebbe inoltre affrontare la controversa elezione del controllore dello Stato, il Mevaker HaMedina, una delle principali autorità israeliane di vigilanza amministrativa. Della Pergola ha ricordato la vicenda dell’avvocato italiano Rabello, la cui elezione è stata contestata per le modalità con cui alcuni parlamentari avrebbero fotografato le proprie schede durante una votazione segreta. La Corte Suprema ha disposto la ripetizione del voto. Anche questo passaggio potrebbe assumere un significato politico diverso con i nuovi rapporti di forza.
Il problema, naturalmente, è trasformare una maggioranza parlamentare contraria a Netanyahu in una maggioranza capace di sostenere un governo. E su questo Della Pergola ha individuato tre possibili scenari, ciascuno con conseguenze profondamente diverse. Il primo è un esecutivo guidato da Eisenkot, sostenuto dalle forze dell’opposizione sionista e dall’appoggio esterno di almeno una parte dei partiti arabi. «Se per esempio il partito di Abbas votasse a favore coi suoi 8 seggi, ci sarebbe una maggioranza di 56 e gli altri si potrebbero astenere», ha spiegato. In Israele, infatti, per ottenere la fiducia non è indispensabile raggiungere la maggioranza assoluta dei 61 deputati: conta la maggioranza dei voti espressi. «Non vuol dire che durerebbe», ha però avvertito il professore, consapevole della fragilità di una coalizione tanto eterogenea.
La seconda soluzione sarebbe un governo di unità nazionale, capace di riunire Netanyahu e una parte importante dell’opposizione, probabilmente lasciando fuori le componenti più radicali dell’attuale maggioranza, come Ben-Gvir e forse Smotrich. Eisenkot, Bennett e Lapid potrebbero partecipare a un esecutivo ampio, costruito per superare lo stallo. Ma le difficoltà politiche restano enormi. «Questa formula numericamente è possibile, funzionalmente molto complicata e fondamentalmente non credo che Netanyahu la voglia», ha osservato Della Pergola. Il primo ministro, del resto, continua a proporre l’allargamento della propria coalizione senza modificare sostanzialmente il programma politico. Una condizione che il professore giudica inaccettabile per gli avversari.
Il calcolo di Netanyahu e il rischio di nuove elezioni
È il terzo scenario quello che preoccupa maggiormente Della Pergola: un ritorno alle urne nella primavera del 2027. Una prospettiva che potrebbe sembrare la conseguenza inevitabile dell’impossibilità di formare un governo, ma che secondo il professore risponde anche a un preciso calcolo politico del leader del Likud. «Il conduttore dei giochi rimane Netanyahu», ha sottolineato. «Netanyahu è indubbiamente il politico più esperto, il più abile, il più spregiudicato, ed è quello che ha più da perdere: attaccato al potere, non ha nessuna intenzione di sgomberare». Se nessuno accettasse di sostenere il suo esecutivo e le opposizioni non riuscissero a costruire un’alternativa, nuove elezioni diventerebbero lo sbocco della crisi.
Netanyahu potrebbe persino confidare in un risultato migliore. Della Pergola ha indicato diversi fattori che potrebbero modificare gli equilibri elettorali: una minore partecipazione degli elettori ebrei, il possibile recupero dei voti dispersi nei piccoli partiti di destra rimasti sotto la soglia di sbarramento e la difficoltà di riportare in Israele le decine di migliaia di cittadini residenti all’estero che sono rientrati appositamente per votare il 27 ottobre. «In questa tornata sono arrivati dall’estero almeno 65.000 israeliani residenti all’estero», ha ricordato, spiegando che il loro contributo sarebbe stato favorevole soprattutto all’opposizione. «È improbabile che questi ritornino a votare tra tre o quattro mesi». Netanyahu potrebbe dunque tentare di recuperare alcuni seggi e modificare a proprio favore gli attuali rapporti di forza. «Questo è un ragionamento molto cinico», ha commentato.
Ma il vero pericolo, secondo il professore, sarebbe prolungare per mesi la permanenza al potere di un governo di transizione. «In assenza di un altro governo continua l’attività il governo in carica, e quindi il governo Netanyahu continua a essere il governo. Non c’è un vuoto». Una situazione che Della Pergola considera particolarmente delicata per le conseguenze sulla gestione del potere e sulla sicurezza nazionale. «Oggi la situazione militare è molto tesa», ha avvertito, riferendo di valutazioni sulla possibilità di un nuovo conflitto già nei giorni successivi alle elezioni americane. La finestra compresa tra il voto negli Stati Uniti e l’insediamento del nuovo Congresso, soprattutto nell’eventualità di una sconfitta repubblicana, potrebbe essere caratterizzata da una forte instabilità. «Abbiamo una finestra fino a gennaio in cui qualunque cosa è possibile».
La preoccupazione è che Netanyahu, in una fase tanto delicata, possa continuare a esercitare il potere senza una maggioranza parlamentare stabile. Della Pergola ha parlato esplicitamente del rischio di un governo di transizione capace di tentare «qualunque avventura», auspicando che si riesca a costruire una soluzione politica alternativa. Ma resta una domanda fondamentale: come ha fatto Netanyahu a sopravvivere politicamente alla tragedia del 7 ottobre e a tutto quello che è accaduto successivamente? «Dopo il 7 ottobre 2023 chiunque avrebbe pensato che Netanyahu fosse finito e spazzato via dalle circostanze; invece, come un gatto dalle nove vite, è ancora in piedi, guida il partito più grosso del Parlamento ed è in grado di dettare buona parte del gioco politico».
Una risposta, secondo Della Pergola, arriva proprio dalle città israeliane che hanno pagato il prezzo più alto della guerra. A Kiryat Shmona, devastata dai bombardamenti e dalle evacuazioni al confine con il Libano, circa metà degli elettori ha votato Likud. Lo stesso radicamento della destra si ritrova a Sderot, Ashkelon e Ashdod, località colpite direttamente dagli attacchi provenienti da Gaza. Il professore ha richiamato i «meccanismi psicologici legati alla paura non risolta che possa accadere qualcosa di peggio». Una parte dell’elettorato, dunque, continuerebbe a identificare Netanyahu con una forma di sicurezza, anche dopo gli eventi drammatici che hanno segnato il Paese.
A questo si aggiunge il fattore economico. Della Pergola ha ricordato che, nonostante la guerra e un carovita particolarmente pesante, l’economia israeliana conserva indicatori che considera migliori di quelli di molti Paesi europei. E ha attribuito parte di questa solidità alle riforme introdotte proprio da Netanyahu quando era ministro delle Finanze, successivamente consolidate dalla politica monetaria della Banca centrale. Anche questo contribuisce, nella sua lettura, a spiegare la fedeltà di una parte consistente degli elettori. La paura di perdere ciò che si possiede può prevalere sulla volontà di punire chi governa. «Quello che abbiamo è problematico, ma cambiare potrebbe portare a qualcosa di peggio; quindi manteniamo ciò che abbiamo», è il ragionamento che il professore attribuisce a una parte degli israeliani.
È questo il paradosso nel quale si trova oggi Israele. Un primo ministro che ha perso la maggioranza ma conserva il controllo del governo, un’opposizione che può eleggere il presidente della Knesset e promuovere leggi ma fatica a costruire un esecutivo, e partiti arabi che potrebbero risultare decisivi nella formazione di una nuova coalizione. Sullo sfondo, il rischio di un’altra campagna elettorale mentre il Paese affronta una situazione internazionale estremamente tesa. E Netanyahu, che molti consideravano politicamente finito tre anni fa, continua a essere l’uomo attorno al quale ruotano le principali decisioni sul futuro di Israele.


