
La politica sembra essere dappertutto, eppure raramente è stata così lontana dal centro della vita collettiva. Occupa le televisioni, invade i social network, alimenta polemiche quotidiane, divide l’opinione pubblica in schieramenti sempre più contrapposti. Ma fatica a costruire una visione del futuro, a dare forma alle aspirazioni di una comunità, a riconoscere ciò che unisce prima ancora di ciò che divide. È questa contraddizione a rendere particolarmente attuale Ovunque è il centro. Delle cose, della vita, della politica, il libro di Giuseppe Fioroni, pubblicato da Rubbettino in dialogo con Angelo Palmieri. Un’opera che, attraverso il racconto di una lunga esperienza pubblica, invita a riscoprire il significato e la responsabilità dell’impegno politico.
Fioroni ha attraversato buona parte della storia della Seconda Repubblica, portando con sé le radici culturali e umane della Prima. Dalla formazione cattolica e dallo scoutismo alla Democrazia Cristiana, dall’esperienza di sindaco di Viterbo al Parlamento, fino al ministero dell’Istruzione e alla nascita del Partito Democratico. Una traiettoria che avrebbe potuto offrire materia per un’autobiografia, per il racconto delle vittorie e delle sconfitte, degli incontri con Andreotti, Moro, Marini, Prodi e tanti protagonisti della politica italiana. Ma il cuore del libro non è ciò che Fioroni ha fatto, bensì l’idea di politica che ha cercato di praticare. Una politica che non si esaurisce nella conquista del potere, perché trova la propria ragione nella capacità di servire una comunità.

Il punto di partenza è una convinzione tanto semplice quanto impegnativa: la politica deve tornare a essere il luogo nel quale una società decide che cosa vuole diventare. Non può ridursi alla gestione dell’esistente, alla distribuzione delle risorse o alla ricerca del consenso. Deve possedere una propria dimensione culturale, una capacità educativa, un orizzonte morale. In questa prospettiva acquistano significato la formazione delle classi dirigenti, il radicamento territoriale, il ruolo delle associazioni, delle comunità e dei corpi intermedi. Tutto ciò che oggi appare spesso superfluo rispetto alla velocità della comunicazione e all’immediatezza della leadership diventa invece essenziale per restituire profondità alla democrazia.
È qui che il racconto di Fioroni incontra la grande tradizione del cattolicesimo democratico e del popolarismo italiano. Da Sturzo a De Gasperi, da Moro a Maritain, emerge una concezione della politica nella quale la persona viene prima dello Stato, ma non può essere separata dalla comunità; nella quale la libertà non significa indifferenza verso gli altri e la solidarietà non cancella la responsabilità individuale. Una tradizione che ha contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’Italia repubblicana e che il libro restituisce non come un patrimonio da custodire nostalgicamente, ma come una cultura capace di parlare al presente. Perché le grandi culture politiche non appartengono soltanto alla storia: continuano a vivere quando sanno interpretare problemi nuovi.
E proprio da questa esigenza di restituire centralità alla politica nasce l’altro grande tema del libro: l’importanza del centro nella politica. Non il centro inteso come una collocazione provvisoria tra due schieramenti, come uno spazio da occupare per ottenere qualche seggio in Parlamento o come una forma di moderazione priva di identità. Il centro di Fioroni è innanzitutto una cultura politica, fondata sulla convinzione che governare significhi comporre interessi differenti, riconoscere la complessità della società, cercare soluzioni senza rinunciare ai principi. Non è il luogo dell’indecisione, ma quello della responsabilità. Non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di attraversarlo senza trasformarlo nell’unica ragione dell’esistenza politica.
La distinzione è importante, soprattutto nell’Italia di oggi. Il centrodestra ha progressivamente visto rafforzarsi la componente della destra, mentre il Partito Democratico ha accentuato la propria identità di sinistra. Fioroni osserva entrambe le trasformazioni, riconoscendo anche a Giorgia Meloni capacità di guida e una significativa continuità nella politica estera, ma sottolineando la progressiva perdita di autonomia delle culture politiche moderate. La sua riflessione non coincide con la nostalgia per la Democrazia Cristiana né con la ricerca di un nuovo contenitore elettorale. È piuttosto la convinzione che una democrazia abbia bisogno di una presenza politica capace di fare della mediazione una scelta culturale e non una semplice convenienza parlamentare.
Il centro, del resto, non può essere soltanto una questione di equilibri tra partiti. Deve tornare a essere un luogo di formazione, partecipazione e rappresentanza. Da qui l’attenzione riservata ai giovani, alla crisi dell’astensionismo, alla progressiva scomparsa delle sezioni politiche, alla sostituzione delle comunità militanti con le platee dei sostenitori. Fioroni insiste sulla necessità di ricostruire luoghi nei quali le persone possano imparare a partecipare, confrontarsi, assumersi responsabilità. E richiama l’urgenza di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, attraverso una legge elettorale che recuperi le preferenze e favorisca una rappresentanza autentica. Perché una democrazia non può essere misurata soltanto dalla stabilità dei governi, ma anche dalla qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni.
C’è poi una dimensione del libro che rende particolarmente concreto questo ragionamento: il rapporto con Viterbo. La città non compare semplicemente come il luogo delle origini o come il teatro delle prime esperienze amministrative. È il punto nel quale una certa concezione della politica incontra la realtà. La comunità scout, i quartieri popolari, il Comune, l’università, le scelte di sviluppo e le relazioni costruite nel tempo raccontano una convinzione precisa: non esiste una politica davvero nazionale che possa permettersi di dimenticare i territori. Il bene comune non è un principio astratto elaborato nei palazzi del potere. Prende forma nelle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle esigenze quotidiane delle persone.
Si comprende allora anche il significato più profondo di quel titolo, Ovunque è il centro. Il centro non è necessariamente il luogo nel quale si concentrano il potere, le decisioni e la visibilità. È ovunque esista una responsabilità da assumere, una comunità da rappresentare, una dignità da difendere. E una politica di centro, in questa accezione, non è quella che occupa una posizione equidistante, ma quella che riconosce la centralità della persona e prova a costruire intorno a essa un progetto collettivo. È una distinzione che dà al volume un respiro più ampio della vicenda personale del suo autore e lo colloca dentro una riflessione sul futuro della democrazia italiana.
La lezione che attraversa queste pagine è dunque una lezione di metodo, prima ancora che di appartenenza. Rimettere la politica al centro significa restituirle autorevolezza, competenza, autonomia e capacità di visione. Riscoprire il valore del centro significa riconoscere nella mediazione, nella responsabilità e nel confronto civile gli strumenti attraverso i quali quella visione può diventare governo. Sono due esigenze che si richiamano reciprocamente, perché una politica privata della propria centralità si riduce a spettacolo, mentre un centro privo di una cultura politica diventa soltanto un esercizio di collocazione elettorale. Fioroni, con il suo libro, tiene insieme entrambe le questioni. E ricorda che il futuro della democrazia passa anche dalla capacità di tornare a considerare la politica non come il problema da cui difendersi, ma come una delle più alte responsabilità attraverso le quali costruire il bene comune.


