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I figli vanno in piazza contro la polizia e le mamme corrono a proteggerli: la rivoluzione con il biberon

Pubblicato: 29/10/2026 15:35

C’era una volta la contestazione studentesca. I ragazzi scendevano in piazza, sfidavano l’autorità, litigavano con i professori, contestavano i padri e rivendicavano il diritto di cambiare il mondo. Oggi, a Bologna, la rivoluzione ha fatto un passo avanti: arriva accompagnata dalla mamma. E non una mamma qualsiasi. Una mamma organizzata, con striscione, comunicato stampa e perfino un codice di abbigliamento. Tutte vestite di rosso, per riconoscersi. Mancano soltanto il gruppo WhatsApp «Mamme rivoluzionarie», il thermos con il tè caldo e qualcuno che ricordi ai manifestanti di mettersi la sciarpa.

L’iniziativa è di Nicoletta Cantarini, docente di Matematica all’Università di Bologna e madre di tre figli, che ha deciso di scendere in piazza il 30 ottobre, insieme ad altre mamme di studenti del Fermi e del Minghetti, per protestare contro le presunte violenze della polizia durante la manifestazione di sabato scorso. Le accuse sono gravi e meritano naturalmente di essere accertate. Ma il capolavoro pedagogico arriva quando la signora racconta che suo figlio è disilluso, teme il futuro e ha paura delle forze dell’ordine. E quale migliore risposta educativa, davanti alle difficoltà della vita, se non organizzare una manifestazione di mamme per proteggerlo? Un messaggio formidabile: figlio mio, il mondo è duro, le istituzioni ti spaventano, il futuro è incerto. Non preoccuparti, adesso ci pensa mamma. Possibilmente vestita di rosso.

La protesta degli studenti con il servizio di accompagnamento delle mamme

La scena è meravigliosa soprattutto per una ragione. La generazione che dovrebbe conquistare la propria autonomia viene pubblicamente rappresentata come una scolaresca da mettere sotto tutela materna. E a promuovere questa straordinaria lezione di emancipazione sono proprio gli adulti che dovrebbero insegnare ai ragazzi a diventare adulti. Perché un conto è difendere un figlio da un abuso, cosa sacrosanta. Un altro è trasformare la protesta politica di adolescenti quasi maggiorenni in una riunione di famiglia con autorizzazione morale incorporata. La ribellione va benissimo, purché ci sia qualcuno che controlli che tutti siano tornati a casa per cena.

Naturalmente le mamme hanno già stabilito chi siano i buoni e chi i cattivi. La polizia, nel loro racconto, diventa un’entità minacciosa animata dall’odio; i figli, invece, incarnano la purezza assoluta della protesta pacifica. Nessun dubbio, nessuna sfumatura, nessuna necessità di distinguere comportamenti e responsabilità individuali. Il tribunale delle mamme ha già emesso la sentenza, e il colore della toga, per l’occasione, sarà il rosso. Sarebbe interessante sapere se alle forze dell’ordine sia almeno consentito presentare una giustificazione firmata dai genitori.

Il Sessantotto è finito, adesso la rivoluzione la organizza mamma

Ma la parte più irresistibile resta quella generazionale. Un tempo i ragazzi gridavano ai genitori di lasciarli liberi. Adesso sono i genitori a rivendicare il diritto di accompagnarli nella ribellione. È il Sessantotto rovesciato, la contestazione con il controllo parentale, l’insurrezione a conduzione familiare. I ragazzi alzano il pugno, le mamme alzano lo striscione. E magari controllano anche che non abbiano preso freddo. Genitori così impegnati a proteggere i figli dal mondo da dimenticarsi di prepararli ad affrontarlo. È una forma di ribellione davvero rivoluzionaria: quella in cui si contesta l’autorità dello Stato per riaffermare l’autorità della mamma.

Perché, sia chiaro, se un poliziotto commette un abuso deve risponderne. Ma trasformare ogni conflitto in una favola dove i propri figli sono angeli innocenti e tutti gli altri potenziali carnefici non è educazione civica. È il trionfo di quella cultura dell’iperprotezione che considera i ragazzi abbastanza grandi per impartire lezioni politiche al mondo, ma troppo piccoli per affrontarlo senza la scorta dei genitori. Maggiorenni per contestare, minorenni per assumersi le responsabilità. Una contraddizione che evidentemente non disturba nessuno.

In fondo, la rivoluzione può aspettare. Prima bisogna vedere se la mamma ha trovato parcheggio.

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