
Marte potrebbe non essere un pianeta geologicamente morto. Una nuova scoperta scientifica riapre la possibilità che il pianeta rosso conservi ancora attività vulcanica, nonostante si ritenesse ormai esaurita da milioni di anni.La presenza di gas provenienti dal sottosuolo potrebbe rappresentare un indizio importante per comprendere l’evoluzione del pianeta e, soprattutto, per orientare le future ricerche di tracce di vita extraterrestre.
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Una sonda dell’Agenzia spaziale europea ha individuato un pennacchio di cloruro di idrogeno nei pressi dell’Alba Mons, il più grande vulcano del sistema solare. «Partiremo da qui per cercare tracce di vita».
Il vulcano più grande del sistema solare

L’Alba Mons è una gigantesca struttura vulcanica marziana, larga circa 1.400 chilometri e lunga 1.000, nonostante un’altezza inferiore ai 7 chilometri. Sui suoi pendii poco inclinati si distinguono crateri, antiche colate laviche e tunnel formati dal progressivo raffreddamento della superficie della lava, mentre la roccia fusa continuava a scorrere al di sotto.
Queste caratteristiche erano considerate testimonianze di un passato geologico molto lontano. L’attività vulcanica marziana sarebbe stata particolarmente intensa tra 3 e 4 miliardi di anni fa, con eruzioni anche esplosive. Gli scienziati ritenevano che il fenomeno fosse ormai terminato da diversi milioni di anni.
La scoperta del pennacchio di gas
A mettere in discussione questa ricostruzione è stato un pennacchio di cloruro di idrogeno, un gas tossico presente anche in alcune manifestazioni vulcaniche terrestri, come quelle dei Campi Flegrei e dell’Etna. La sostanza è stata rilevata dalla sonda ExoMars Trace Gas Orbiter in corrispondenza di una frattura del terreno lunga circa un centinaio di metri.
La scoperta suggerisce che Marte conservi ancora calore nel proprio sottosuolo e che possa esserci magma ancora presente sotto la superficie. La sonda dell’Esa, in orbita dal 2016, studia la composizione atmosferica del pianeta rosso e cerca gas che potrebbero essere collegati a processi biologici.
I primi segnali del cloruro di idrogeno erano stati registrati nel 2021. La conferma è arrivata soltanto ora, con uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, al quale ha partecipato anche l’Istituto nazionale di astrofisica italiano, l’Inaf.
I martemoti e i movimenti del magma
L’individuazione della fumarola marziana si inserisce in un quadro di osservazioni che comprende anche i cosiddetti martemoti, i terremoti registrati sul pianeta rosso. Alcuni di questi fenomeni sono stati rilevati proprio nell’area dell’Alba Mons.
A studiare l’attività sismica di Marte era stata la missione InSight della Nasa, arrivata sul pianeta nel 2018. Le scosse potrebbero essere collegate a movimenti del magma nel sottosuolo, anche se finora non è mai stata osservata direttamente un’eruzione marziana.
Le osservazioni europee e americane sembrano dunque convergere verso una stessa conclusione: Marte potrebbe essere ancora geologicamente attivo. Il pianeta non sarebbe completamente spento, ma potrebbe trovarsi in una fase di lunga quiescenza.
Secondo gli autori della ricerca, il gas individuato proverrebbe direttamente da magma caldo, capace di attraversare le fratture della roccia e raggiungere la superficie.
La «pistola fumante» del vulcano
Il cloruro di idrogeno è stato rilevato all’inizio delle estati marziane, in corrispondenza di una fessura del terreno larga meno di un metro e considerata relativamente recente.
Gli scienziati ipotizzano che durante l’inverno, quando le temperature scendono fino a 120 gradi sotto zero, il gas rimanga intrappolato nei crepacci. Con l’arrivo della stagione più calda, potrebbe quindi liberarsi e raggiungere l’atmosfera.
«Il Trace Gas Orbiter ha trovato la pistola fumante, anche se c’erano le stesse possibilità di pescare un ago in un pagliaio», ha spiegato Daniel Mège, uno dei coordinatori dello studio e membro dell’Accademia delle scienze polacca.
La ricerca di tracce di vita su Marte
La scoperta potrebbe avere conseguenze importanti anche per la ricerca di forme di vita extraterrestre. «La nostra scoperta ci porta a pensare che Marte abbia conservato abbastanza calore al suo interno da mantenere un’attività vulcanica fino a poco tempo fa, o addirittura fino a oggi», ha dichiarato Mège.
Una delle ipotesi sull’origine della vita terrestre attribuisce un ruolo importante proprio agli ambienti vulcanici, caratterizzati da temperature elevate e dalla presenza di numerosi elementi chimici. Le fumarole potrebbero aver favorito la formazione dei primi organismi.
Il cloruro di idrogeno è una sostanza tossica, ma gli scienziati ritengono possibile che in passato Marte abbia ospitato emissioni di altri gas, quando l’attività vulcanica era più intensa. «Per noi ha molto senso cercare tracce di vita su Marte proprio nella regione dell’Alba Mons», ha concluso Mège.


