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Israele, il governo senza Netanyahu si gioca sui rabbini: le tre mosse di Eisenkot per conquistare la maggioranza

Pubblicato: 08/11/2026 15:35

La fine dell’era Benjamin Netanyahu potrebbe dipendere da un accordo che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile: portare i partiti ultraortodossi dalla parte di Gadi Eisenkot. Mentre il generale si prepara a ricevere formalmente l’incarico di formare il nuovo governo israeliano, nelle stanze della politica di Gerusalemme si moltiplicano incontri riservati, aperture inattese e tentativi di mediazione. La stampa israeliana racconta una trattativa nella quale i vecchi schieramenti potrebbero saltare e persino gli alleati storici di Netanyahu potrebbero contribuire alla sua uscita di scena.

Il problema è soprattutto aritmetico. Il Blocco del cambiamento guidato da Eisenkot dispone di 48 seggi alla Knesset, troppo pochi per governare autonomamente. I 19 parlamentari arabi hanno contribuito a portare a 67 le indicazioni favorevoli al generale durante le consultazioni, ma questo non significa che esista già una maggioranza parlamentare. Le condizioni politiche poste dai diversi partiti rendono complicata qualsiasi alleanza. E così l’ex capo di Stato maggiore israeliano sta cercando una strada alternativa, capace di superare i veti incrociati e garantire una maggioranza stabile.

Le tre strade per formare il nuovo governo

A Gerusalemme, domenica 8 novembre, il presidente Isaac Herzog si prepara a conferire formalmente a Eisenkot il mandato per formare il governo. Il generale avrà inizialmente 28 giorni per trovare una maggioranza. Secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, in particolare di Israel Hayom, sono tre le possibili soluzioni. La prima prevede l’ingresso dei sette deputati di Ebraismo della Torah Unito e il sostegno esterno degli otto parlamentari di Ra’am, il partito arabo guidato da Mansour Abbas. In questo modo Eisenkot potrebbe contare teoricamente su 63 voti.

La seconda ipotesi è politicamente ancora più sorprendente: convincere entrambi i partiti ultraortodossi, Ebraismo della Torah Unito e Shas, ad abbandonare Netanyahu. I loro 13 parlamentari porterebbero la coalizione a quota 61, garantendo una maggioranza senza il sostegno dei partiti arabi. La terza possibilità consiste nell’aprire il governo a una componente del Likud disponibile a rompere con Netanyahu. Un’operazione che avrebbe un significato politico enorme, perché segnerebbe non soltanto la sostituzione del primo ministro, ma anche la possibile frattura del partito che ha dominato la destra israeliana.

Proprio sul fronte ultraortodosso arrivano le indiscrezioni più interessanti. Secondo l’emittente israeliana N12, lo Shas potrebbe valutare un’intesa con Eisenkot qualora arrivasse il via libera di autorevoli guide religiose. Il partito ha però smentito le ricostruzioni su un suo possibile ingresso nella nuova maggioranza, ribadendo la fedeltà al blocco di destra. Più aperta appare la posizione di Ebraismo della Torah Unito, che durante le consultazioni con Herzog ha scelto di non indicare alcun candidato premier. Una neutralità che lascia aperti importanti margini di trattativa.

Il nodo della leva militare e la contromossa di Netanyahu

La questione decisiva riguarda il servizio militare degli studenti religiosi, uno dei problemi più controversi della società israeliana. Avigdor Lieberman, tradizionalmente contrario alle esenzioni per gli ultraortodossi, si è mostrato disposto a discutere un compromesso. Una possibilità consiste nell’introdurre un servizio civile obbligatorio per chi non presta servizio nelle forze armate, eventualmente estendendolo anche ai cittadini arabi israeliani. Un’altra strada è riprendere una proposta del 2018, basata su obiettivi progressivi di arruolamento e sanzioni economiche per gli istituti religiosi che non li raggiungono.

Lieberman continua tuttavia a escludere un governo dipendente dai voti dei partiti arabi. È proprio questo veto a rendere fondamentale il possibile coinvolgimento degli ultraortodossi. Nel frattempo Mansour Abbas ha fatto sapere che Ra’am sarebbe disponibile a sostenere dall’esterno un esecutivo guidato da Eisenkot, anche senza entrare formalmente nella coalizione. Si delinea così una situazione paradossale: il generale potrebbe avere i numeri per sostituire Netanyahu grazie a forze che, per ragioni differenti, non vogliono governare insieme.

Netanyahu, intanto, non intende arrendersi. Secondo N12, il Likud starebbe preparando un ricorso per contestare il risultato delle elezioni del 27 ottobre, sollevando dubbi sull’utilizzo di strumenti digitali per la mobilitazione degli elettori arabi. Parallelamente, il premier uscente continua a chiedere un governo di unità nazionale. Eisenkot ha risposto aprendo al Likud, ma a una condizione politica precisa: rompere con le componenti più radicali della coalizione e accettare un governo guidato da lui. Un’offerta che, di fatto, esclude Netanyahu dalla guida del Paese.

La nuova Knesset si insedierà il 10 novembre, mentre il mandato iniziale di Eisenkot scadrà il 6 dicembre, salvo proroghe. Il generale, 66 anni, figlio di immigrati marocchini e protagonista per decenni della storia militare israeliana, si trova davanti alla sfida politica più importante della sua vita. Deve trasformare il comune obiettivo di superare Netanyahu in una maggioranza capace di governare. E potrebbe riuscirci proprio grazie a quei partiti religiosi che hanno garantito la sopravvivenza politica del suo avversario. Il paradosso del dopo-Bibi è tutto qui: per chiudere una stagione, Eisenkot potrebbe aver bisogno di alcuni dei suoi protagonisti.

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