
Il riarmo della Germania segna un possibile punto di svolta negli equilibri strategici del continente. Friedrich Merz sta imprimendo un’accelerazione alla ricostruzione della capacità militare tedesca, una scelta che negli Stati Uniti viene osservata con crescente diffidenza. Berlino, rafforzando le proprie forze armate, sarebbe inevitabilmente spinta a consolidare l’asse con Francia e Regno Unito, le uniche due potenze europee dotate di strutture militari pienamente operative e proiettate su scala globale. A questo blocco si aggiunge la Polonia, forte di un consistente numero di effettivi e di una postura storicamente orientata alla difesa del confine orientale.
In questo contesto prende forma l’ipotesi di un nuovo trattato di difesa esclusivamente europeo, una sorta di Nato continentale capace di emanciparsi progressivamente dall’ombrello statunitense. L’Europa, potenza finanziaria più che militare, potrebbe accompagnare questo processo con la creazione di una grande corporation della difesa, una “super Leonardo” europea in grado di concentrare ricerca, produzione e tecnologia strategica al servizio di un sistema di sicurezza comune.
Il nodo centrale resta quello delle risorse. I capitali, tuttavia, non mancherebbero: i Paesi europei detengono una quota significativa di titoli del Tesoro statunitensi, pari a circa il 5% del debito pubblico americano. Una dismissione anche parziale di queste riserve, reinvestita in bond per la difesa europea, potrebbe generare una massa finanziaria stimata attorno ai 4.000 miliardi di dollari. Una cifra sufficiente a sostenere un vasto programma di riarmo e rilancio industriale. Le conseguenze macroeconomiche sarebbero rilevanti: deprezzamento del dollaro, rafforzamento dell’euro, tensioni sui tassi statunitensi e possibile reazione della Federal Reserve attraverso acquisti straordinari di debito. Uno scenario che inciderebbe profondamente sulle scelte economiche e commerciali di Washington, fino a rimettere in discussione l’attuale stagione di guerre tariffarie.
Un riassetto di questo tipo richiederebbe leadership politica, lucidità e tempismo. La Germania, storicamente vincolata nel dopoguerra a un ruolo economico più che militare, tornerebbe a investire in ricerca e sviluppo nel settore strategico, recuperando parte del know-how trasferito negli Stati Uniti dopo il 1945. L’obiettivo dichiarato sarebbe la tutela dell’interesse comune del continente, in un quadro geopolitico sempre più multipolare.
Un nuovo trattato di difesa con un forte corollario economico – sul modello della CECA promossa da De Gasperi e Adenauer – consentirebbe inoltre di superare i meccanismi di veto che oggi rallentano l’Unione a 27. Paesi come Spagna, Portogallo, Scandinavia, Baltici e Italia difficilmente potrebbero restare ai margini di un’integrazione rafforzata in ambito militare-industriale. Più incerta la posizione della Turchia, il cui coinvolgimento aprirebbe ulteriori complessità strategiche.
In questo quadro si inserisce anche la posizione italiana. Giorgia Meloni si troverebbe davanti a un bivio politico: tentare una proiezione istituzionale interna nella prossima legislatura oppure consolidare il rapporto tra i Conservatori europei e il PPE, con l’appoggio di Merz, puntando a un ruolo di vertice nelle istituzioni europee. Il riarmo tedesco e la nascita di un’architettura di difesa continentale potrebbero ridefinire non solo gli equilibri militari, ma anche quelli politici dell’intera Unione.


