
Il crepuscolo, un tempo momento di quiete e riposo, era diventato per molte creature della strada l’inizio di un incubo senza fine. Nel silenzio delle aree più riparate, dove piccole vite cercavano rifugio tra i cespugli e le strutture di fortuna, si muoveva una figura metodica, capace di trasformare il territorio in un terreno di caccia spietato. Non c’era nulla di casuale in quelle sparizioni; non erano incidenti stradali né la dura legge della natura. Era l’azione deliberata di chi, protetto dall’oscurità e da una facciata di assoluta normalità quotidiana, sceglieva con cura le proprie vittime tra gli esemplari più vulnerabili e fiduciosi, quelli abituati alla mano tesa dei volontari.
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Il terrore si è diffuso lentamente, come un veleno, tra chi di quegli animali si prendeva cura ogni giorno. Il ritrovamento di resti straziati e le grida soffocate nella notte hanno iniziato a delineare un profilo inquietante: quello di un individuo che non si limitava a colpire, ma che sembrava trarre una forma di soddisfazione dal prolungare l’agonia. La precisione dei tagli, la scelta dei luoghi e la capacità di dileguarsi nel nulla avevano fatto ipotizzare la presenza di un soggetto dotato di una freddezza fuori dal comune. Una firma di crudeltà che ha lasciato una scia di sangue e interrogativi, portando una intera comunità a chiedersi chi potesse nascondersi dietro azioni così sistematiche e feroci.

Le indagini della squadra mobile a Brindisi
Il velo di mistero è caduto a Brindisi, dove l’attività investigativa coordinata dalla Procura e condotta dalla squadra mobile della questura ha portato all’individuazione del presunto responsabile. Si tratta di Cristian Luca Ghezzani, un medico di 50 anni, ora chiamato a rispondere di accuse pesantissime riguardanti il maltrattamento e l’uccisione di numerosi animali. Secondo le autorità, l’uomo agiva con un metodo spregiudicato, individuando le vittime nelle vicinanze delle colonie feline della città per poi procedere alla cattura e a una serie di torture sistematiche che precedevano l’atto finale.
Metodi di tortura e strumenti del crimine
Le condotte contestate al professionista brindisino sono di una violenza inaudita. In almeno un caso accertato, sarebbe stato utilizzato un martello a rampone per staccare le estremità degli animali, come zampe e code. Altre testimonianze e rilievi tecnici hanno descritto lo sfondamento del cranio di un gatto, poi lanciato da un veicolo in movimento, e l’uso di colla sugli occhi per accecare le bestiole. Le indagini hanno documentato l’uccisione di tre gatti, mentre altri cinque sono riusciti a sopravvivere a sofferenze atroci solo grazie all’intervento improvviso di passanti o a fughe disperate che hanno interrotto l’azione del torturatore.
Il contributo dei volontari e l’arresto
La svolta nel caso è arrivata grazie alla tenacia delle associazioni ambientaliste locali e del servizio veterinario dell’Asl Brindisi, che per primi hanno sollevato il caso denunciando anomalie sospette. Un’associazione aveva persino istituito una taglia di 3mila euro per chiunque fornisse informazioni utili. Gli inquirenti, attraverso osservazioni, pedinamenti e l’analisi delle immagini delle telecamere, hanno stretto il cerchio attorno al medico. Durante la perquisizione sono stati rinvenuti gli strumenti utilizzati per le sevizie: una gabbia per il trasporto e un bastone usato per immobilizzare e colpire i felini. Il materiale sequestrato conferma la premeditazione e la pericolosità delle azioni messe in atto nelle zone monitorate dai volontari.


