
Il silenzio del carcere di San Vittore è stato rotto dalle ammissioni cariche di rimorso di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia fermato con l’accusa gravissima di aver ucciso Abderrahim Mansouri. Durante un interrogatorio fiume durato quasi due ore davanti al gip Domenico Santoro, il poliziotto quarantunenne è crollato: “Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa”. Una confessione che scuote l’intero corpo della Polizia di Stato, accompagnata da una richiesta di perdono rivolta ai colleghi e alle istituzioni. Secondo quanto riferito dal suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, l’uomo ha “ammesso le sue responsabilità e chiede scusa a quelli che si sono fidati di lui. Ha confessato i suoi errori ma ha negato di aver chiesto il pizzo agli spacciatori”.
L’immagine del poliziotto integerrimo si è sgretolata sotto il peso di un atto che lui stesso definisce un tradimento della divisa. Prima di varcare la soglia del penitenziario, Cinturrino aveva già affidato al suo legale parole di profonda vergogna: “Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia”.
La messa in scena e il giallo della pistola finta
Uno dei punti più oscuri dell’inchiesta riguarda il depistaggio avvenuto subito dopo lo sparo. Cinturrino ha ammesso di aver orchestrato da solo la messinscena del ritrovamento di un’arma accanto al corpo della vittima per simulare una legittima difesa. L’arma giocattolo, ha spiegato Porciani, “l’aveva trovata durante un servizio qualche anno fa, prima del Covid e l’aveva tenuta. Senza denunciarla perché un’arma giocattolo non si denuncia”. L’agente ha dichiarato di averla raccolta per strada in zona Lambro e di averla usata in un momento di panico dopo aver fatto fuoco perché, a suo dire, “aveva paura”.
Mentre il legale ribadisce che il suo assistito è “triste e pentito” e che non ha mai intascato denaro illecito, la compagna dell’agente, custode in uno stabile al Corvetto, rompe il silenzio parlando all’ANSA. Sebbene amareggiata dalle perquisizioni, la donna mantiene una linea di rigore: “Quando l’indagine indicherà la verità vedremo. Se ha sbagliato pagherà quello che deve”. La donna ha poi smentito categoricamente le voci su presunte estorsioni ai pusher di Rogoredo, liquidandole come “racconti di pura fantasia”. Resta ora da capire se la versione della “paura” reggerà davanti alle evidenze balistiche che la Procura sta raccogliendo.


