
WASHINGTON – Un’ora e quarantasette minuti. Donald Trump entra nell’aula del Congresso e firma il discorso sullo Stato dell’Unione più lungo mai pronunciato da un presidente americano, superando il primato del 2000 di Bill Clinton. Non è solo una questione di cronometro. È una prova di forza politica, un messaggio interno ed esterno, un atto di consolidamento del secondo mandato davanti a un Paese ancora profondamente diviso. In platea siedono quattro giudici della Corte Suprema, tre dei quali avevano votato contro la sua linea sui dazi. L’attesa è per un affondo durissimo contro la Scotus. L’affondo non arriva. Arriva invece una parola pesata: “deludente”. Una decisione “sfortunata”. Niente invettive, almeno in aula. Ma il segnale politico resta.
Il presidente calibra il colpo. Non rinnega lo scontro istituzionale, ma evita l’escalation diretta. La sentenza che ha bloccato i suoi dazi resta un nervo scoperto, eppure Trump sceglie di non trasformare il podio del Congresso in un tribunale contro i giudici. È un cambio di registro rispetto ai toni social, più incendiari, delle ultime settimane. La tensione resta sottotraccia, pronta a riemergere sul terreno legislativo.
Democratici nel mirino, aula spaccata
Se la Corte viene trattata con freddezza, i democratici diventano il bersaglio principale. I repubblicani si alzano più volte in piedi, l’ala dem resta seduta, immobile. Trump li accusa di doversi “vergognare”, di essere stati “contenti” dei due punti di Pil che, a suo dire, sarebbero andati perduti con l’ultimo shutdown, di aver ostacolato la sua “big beautiful bill” perché intenzionati ad aumentare le tasse. L’aula si scalda. La deputata Lauren Underwood si alza e lascia il suo posto. Al Green mostra un cartello polemico e viene espulso. Il clima è da campagna elettorale permanente, con le mid-term già all’orizzonte.
Sul fronte della politica interna Trump insiste su sicurezza e identità. Difende il dipartimento per la Sicurezza Nazionale, parla di frontiere di nuovo sicure ma “porte aperte a chi vuole lavorare duro”. Annuncia una “guerra alla frode” sui fondi pubblici, affidata al vicepresidente JD Vance, e rilancia la riforma del voto con l’obbligo di documento d’identità. Temi concreti, pensati per consolidare la base e mettere l’opposizione sulla difensiva.
Iran, linea rossa sul nucleare ma negoziato aperto
Sul piano della politica estera il passaggio più delicato riguarda l’Iran. Trump avverte che Teheran starebbe sviluppando missili balistici capaci di colpire gli Stati Uniti e ribadisce che non le sarà mai consentito di ottenere un’arma nucleare. È una linea rossa netta. Ma subito dopo aggiunge che la via “preferita” di Washington resta la diplomazia, non la guerra. Un doppio binario: deterrenza e negoziato. Pressione e apertura.
Nel discorso c’è spazio anche per la rivendicazione dei successi economici, dai record del Dow Jones all’inflazione “in caduta libera”, fino ai salari “in crescita”. Joe Biden viene citato una sola volta, come il presidente che avrebbe lasciato “una nazione in rovina”. Trump, al contrario, sostiene di averla resa “più grande, ricca e forte che mai”. E chiude con un’immagine epica: la rivoluzione americana iniziata nel 1775 che continua ancora oggi. “God bless America”. Applausi da una parte dell’aula. Silenzio dall’altra. Il record è segnato. La tensione resta.


