
Finalmente qualcuno sposta lo sguardo. Non più verso il Nord Atlantico, non più verso le rotte baltiche o artiche, ma verso Sud. Don Corrado, vescovo di Palermo, e Papa Leone indicano una direzione diversa per l’Europa e per l’Occidente: il Mediterraneo, Lampedusa, la frontiera dove si misura la nostra umanità.
Il monito che scuote le coscienze
Il richiamo del vescovo di Palermo è netto, privo di diplomazie. Parla di indifferenza, di ignavia, di una tragedia che si consuma sotto i nostri occhi mentre noi discutiamo d’altro. Mentre governo regionale e governo nazionale si confrontavano sui numeri dei danni della tempesta, sui “piccioli”, in mare si contavano i morti. Più di mille dispersi in pochi giorni.
Non sono pescatori, ricorda Don Corrado. Sono anime. Anime che non abbiamo salvato. Per i cristiani è un dovere di fede; per i laici dovrebbe essere un imperativo di umanità. Il Mare Nostrum, cuore dell’Europa già duemila anni fa, è diventato il mare della speranza e della morte dei migranti.
Eppure, sostiene il vescovo, noi siciliani, italiani, europei, spesso ci voltiamo dall’altra parte. Lui non lo fa. Per questo viene attaccato sui social, guardato con fastidio da una parte della politica. Ma si può rimproverare un presule per aver ricordato le tre parole che fondano il cristianesimo – fede, speranza e carità?
Lampedusa come scelta geopolitica
A rafforzare quel messaggio arriva la decisione di Papa Leone di recarsi a Lampedusa il 4 luglio, giorno simbolo degli Stati Uniti. Un ponte tra due mondi. Mentre Donald Trump evoca il Mare del Nord, la Groenlandia, le rotte artiche, Leone sceglie la frontiera pelagica come primo gesto di indirizzo geopolitico in Italia.
Non è solo un gesto pastorale. È una scelta politica nel senso più alto del termine. Lì, dove sorge la Porta d’Europa, si incrociano fratture geologiche, climatiche, demografiche. Un mondo giovane che preme su uno vecchio. Un’Europa che invecchia e un Sud globale che cresce.
La Chiesa ha attraversato millenni e sa che gli insulti sono effimeri. Le paure passano, la storia resta. Ma oggi il vero rischio è che il vecchio Occidente scelga la paura invece della profezia, la chiusura invece della speranza.
Abbiamo bisogno di una visione che guardi oltre il breve periodo, oltre il consenso immediato. Come scriveva giovanissimo Giuliano da Empoli, il futuro rischia di essere “dietro di noi” se continuiamo a negarlo. L’Europa, se vuole restare fedele alla propria storia, deve tornare a guardare il suo mare. E, forse, ritrovare lì la propria anima.


