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“Per Teheran la guerra è meglio della resa”: Iran, l’analisi che disegna scenari cupi

Pubblicato: 28/02/2026 17:00

Secondo Meir Litvak, direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa dell’Università di Tel Aviv, dietro l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran c’è una precisa logica di sopravvivenza del regime iraniano: per Teheran sarebbe preferibile rischiare una guerra limitata piuttosto che accettare condizioni considerate in grado di comprometterne la stabilità interna.

Litvak osserva che il presidente americano Donald Trump avrebbe cercato un accordo prima dell’attacco, ma senza successo. Gli iraniani, spiega, non si fidano degli Stati Uniti e ritengono meno pericoloso affrontare un conflitto circoscritto che cedere a richieste che potrebbero mettere a repentaglio la continuità del sistema politico.

L’analista sottolinea inoltre che l’Iran non è un “one-man show” fondato esclusivamente sulla figura della Guida Suprema. L’eventuale eliminazione di Ali Khamenei non determinerebbe automaticamente la fine del regime, che poggia su una rete istituzionale capillare, militare e religiosa. Al contrario, una simile mossa potrebbe trasformarlo in un martire e innescare una radicalizzazione religiosa di lungo periodo.

Sul rischio di un’escalation regionale, Litvak rileva che, pur avendo colpito obiettivi statunitensi nel Golfo Persico, l’Iran non ha preso di mira infrastrutture petrolifere, segnale che Teheran starebbe cercando di evitare il coinvolgimento diretto dei Paesi arabi della regione e di mantenere il confronto su un piano controllato.

In questo quadro, la valutazione della leadership iraniana appare netta: meglio affrontare una guerra limitata che accettare condizioni percepite come una resa politica, con il rischio di destabilizzare dall’interno l’intero sistema di potere.

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