
L’Europa non è solo spettatrice della crisi aperta dall’attacco americano in Iran e dalla reazione del regime. Il rischio più immediato per la sicurezza delle società europee è che la guerra produca conseguenze qui, in Europa e in Italia: minacce contro obiettivi civili, tensioni tra comunità, paura e polarizzazione. Non si tratta solo di basi e diplomazia, ma di luoghi di culto ebraici, eventi pubblici, sedi simboliche, interessi americani e soprattutto oppositori iraniani presenti nel nostro Continente. In uno scenario di escalation, anche un singolo episodio “a bassa firma” può bastare per mettere sotto stress l’apparato di sicurezza e l’opinione pubblica.
Il pericolo principale nel breve periodo non è un attacco militare “simmetrico” iraniano contro Paesi europei, ma una reazione asimmetrica: operazioni coperte e ritorsioni mirate. Teheran, rivendicando il diritto a una risposta “decisa”, ha un incentivo a spostare parte del confronto in territori e ambiti dove l’attribuzione è più difficile e la risposta occidentale più complessa da coordinare. L’Europa è esposta perché è un’area aperta, attraversabile, densa di obiettivi simbolici e di appuntamenti pubblici, e perché ospita comunità sensibili e una vasta diaspora iraniana.
I precedenti contano. In Europa sono emerse trame operative attribuite ad apparati iraniani, incluse attività sotto copertura diplomatica e reti logistiche. Il caso del diplomatico Assadollah Assadi, condannato in Belgio a 20 anni per un complotto di attentato legato al raduno dell’opposizione iraniana vicino Parigi nel 2018, resta un promemoria concreto: il continente può diventare teatro di operazioni ad alto impatto e alto valore simbolico.
Oggi la minaccia può essere ancora più difficile da intercettare. Nel Regno Unito, il capo dell’MI5 ha segnalato un aumento significativo di complotti legati anche all’Iran e l’uso crescente di intermediari criminali come esecutori. È un modello pericoloso perché riduce i segnali d’allarme: invece di muovere direttamente uomini e mezzi riconducibili a uno Stato, si “appalta” l’azione a soggetti che sanno muoversi nel sottobosco europeo e garantiscono maggiore negabilità.
Accanto al rischio di atti violenti, c’è la pressione sulle società: intimidazioni contro dissidenti e giornalisti della diaspora, aggressioni mirate, sorveglianza, ricatti e campagne di disinformazione. L’obiettivo non è solo colpire un bersaglio, ma alzare il senso di vulnerabilità, alimentare divisioni e rendere più costosa la gestione politica della crisi.
Mitchell Belfer, presidente dello Euro-Gulf Information Center, invita a non considerare la guerra come un fatto lontano: «Ora che la guerra è iniziata e si è aperto un periodo di forte instabilità, c’è ben poco dubbio che i Pasdaran (IRGC) faranno tutto ciò che è in loro potere per preservare il regime e la Repubblica islamica. Questo probabilmente includerà il risveglio di cellule dormienti in Europa. Per questo è importante non guardare alla guerra solo come a qualcosa che accade “laggiù”, ma anche impedire che finisca per essere “qui”.» E aggiunge un messaggio politico: «Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono già stati colpiti dal cielo. È importante che l’Europa lavori con i propri alleati e offra supporto, altrimenti questo rischia di restare una guerra americana, con l’Unione europea ancora una volta sospesa ai margini.»
In sintesi: se l’escalation continua, l’Europa deve prepararsi al rischio più probabile, quello invisibile e civile. Non per fare allarmismo, ma perché la minaccia asimmetrica, proprio per la sua natura frammentata, può trasformare una crisi “esterna” in una vulnerabilità interna nel giro di poche settimane.


