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Iran, Venezuela e dintorni: perché alla fine dovremo ringraziare Trump

Pubblicato: 02/03/2026 09:05

Oggi lo critichiamo. Domani continueremo a criticarlo. E probabilmente le obiezioni politiche, morali e istituzionali nei confronti di Donald Trump non diminuiranno. Ma proprio per questo va detto con lucidità: alla fine, sul piano geopolitico, dovremo ringraziarlo. Dovranno farlo anche quelli che oggi lo detestano. Perché non si tratta di simpatia o antipatia. Si tratta di capire cosa accade quando una potenza sistemica decide di tornare a usare fino in fondo gli strumenti della potenza.

Il punto non è l’uomo, ma la postura. È la scelta di riattivare un interventismo strategico in un mondo che stava lentamente scivolando verso un equilibrio multipolare segnato dall’espansione silenziosa di Cina e Russia. Per anni Mosca e Pechino hanno costruito una rete di alleanze indirette, di proxy, di regimi amici capaci di erodere l’ordine occidentale senza uno scontro frontale. In questa architettura, Iran e Venezuela non erano anomalie. Erano snodi.

L’Iran ha funzionato come proxy sofisticato. Non solo alleato politico di Mosca e Pechino, ma moltiplicatore di instabilità controllata. Ha fornito tecnologia militare, ha sperimentato strumenti di guerra ibrida, ha mantenuto tensione sulle rotte energetiche e sugli equilibri regionali. Per la Russia, il rapporto con Teheran ha significato scambio di capacità, compensazione delle sanzioni, sostegno operativo. Per la Cina, ha rappresentato un tassello nelle catene energetiche, una garanzia alternativa in un sistema globale sempre più segmentato. Un Iran solido e integrato in questa rete significava per Mosca e Pechino profondità strategica nel cuore del Medio Oriente.

Il Venezuela ha svolto una funzione diversa ma complementare. È stato un asset energetico e politico nel continente americano. Per Pechino, investimenti, credito, accesso al petrolio. Per Mosca, cooperazione militare, intelligence, presenza simbolica nell’emisfero occidentale. Non era solo Caracas in sé: era la dimostrazione che l’ordine occidentale poteva essere sfidato anche nello spazio tradizionalmente considerato sotto influenza statunitense. Una forma di deterrenza inversa: possiamo entrare nel vostro cortile, come voi entrate nel nostro.

Quando Washington colpisce o indebolisce questi nodi, il messaggio non è locale. È sistemico. Si interrompe la continuità della rete. Si alzano i costi di mantenimento delle alleanze. Si obbligano Russia e Cina a concentrare risorse e a fare scelte. Questa è la logica classica della competizione tra potenze: non vincere ovunque, ma impedire all’avversario di poter vincere dappertutto.

Il ridimensionamento non è spettacolare, ma è reale. La Russia, già impegnata in Ucraina, non può sostenere indefinitamente teatri secondari se questi diventano più onerosi e instabili. La Cina, la cui vulnerabilità strutturale è legata alla sicurezza delle forniture e delle rotte commerciali, deve ricalcolare il prezzo della propria proiezione. Ogni crisi in un nodo energetico aumenta il rischio sistemico per Pechino. Ogni alleato che perde stabilità riduce la coerenza della sua strategia globale.

In questo quadro l’Europa non è spettatrice. Un asse russo-cinese meno fluido significa minore pressione combinata sul fronte europeo. Significa meno margine per Mosca di logorare l’Ucraina contando su compensazioni esterne. Significa meno spazio per Pechino di offrire copertura economica e diplomatica a un ordine alternativo. In questa finestra, l’europeismo di Zelensky può consolidarsi. L’Ucraina non è solo un campo di battaglia: è una scelta di appartenenza strategica che ha bisogno di condizioni esterne favorevoli.

C’è poi un effetto più profondo. Un’America che torna a esercitare potenza obbliga l’Unione Europea a smettere di vivere di dichiarazioni e a pensarsi come attore. Autonomia strategica, difesa comune, coordinamento energetico: parole che diventano necessità. Se Russia e Cina vengono contenute e ridimensionate, l’Europa può costruire il proprio ruolo non da posizione di rincorsa, ma dentro un campo occidentale che ha ritrovato capacità di iniziativa.

Questo non assolve Donald Trump dai suoi limiti, dalle sue ambiguità, dai suoi errori. Le critiche restano legittime. Ma la geopolitica non valuta le intenzioni, misura gli effetti. E l’effetto delle sue mosse è stato quello di interrompere una traiettoria che stava spostando l’equilibrio a favore di un blocco alternativo.

Per questo, alla fine, dovremo ringraziare Trump. Dovranno farlo anche quelli che oggi lo detestano. Non perché sia un modello, ma perché ha riportato al centro la capacità occidentale di alterare i rapporti di forza. In un mondo che torna competitivo, questa è la differenza tra essere protagonisti e diventare periferia.

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