
L’eliminazione della guida suprema iraniana ha prodotto un effetto immediato e prevedibile: la riattivazione della rete di milizie sciite che da anni costituisce la proiezione esterna del potere di Teheran. Il conflitto non è più confinato a uno scontro diretto tra Israele e Iran, ma si sta trasformando in una guerra per procura diffusa, che attraversa il Libano, lo Yemen, l’Iraq e lambisce i grandi attori del Golfo. La vera novità non è solo militare, ma geopolitica: molti Stati sunniti che hanno sempre detestato il regime degli ayatollah oggi temono che il suo indebolimento produca un effetto domino incontrollabile. Il problema non è più soltanto Khamenei o il sistema dei Pasdaran, ma il rischio di caos regionale, di destabilizzazione interna e di shock energetico globale.
La crisi si muove su più livelli. Da un lato l’asse sciita che reagisce per dimostrare che l’Iran non è isolato; dall’altro le monarchie del Golfo che cercano di evitare di essere trascinate in una guerra aperta che colpirebbe infrastrutture, mercati finanziari e rotte petrolifere. In mezzo, basi americane, traffici marittimi strategici e una diplomazia che appare sempre più in affanno. È una partita che si gioca su una scacchiera frammentata, dove ogni mossa locale produce conseguenze sistemiche.
Hezbollah riapre il fronte nord
Il primo protagonista è Hezbollah, la milizia sciita libanese che rappresenta da anni il braccio armato più potente dell’Iran contro Israele. Il lancio di missili dal sud del Libano ha riacceso ufficialmente il fronte nord, che formalmente era stato oggetto di intese di de-escalation ma che, nei fatti, non si era mai davvero chiuso. Nonostante le operazioni israeliane del 2024 abbiano colpito duramente i vertici dell’organizzazione, Hezbollah conserva una capacità offensiva significativa, soprattutto in termini di razzi e sistemi a medio raggio capaci di minacciare le città settentrionali israeliane.
La vera incognita riguarda il Libano. Il governo e la presidenza hanno interesse a evitare una nuova devastazione economica e infrastrutturale, ma la capacità di contenere Hezbollah resta limitata. Se l’escalation prosegue, Beirut rischia di diventare ancora una volta il campo di battaglia di una guerra che non controlla. Per Israele, invece, la priorità è impedire che il fronte settentrionale si trasformi in una pressione costante e logorante mentre è già impegnato altrove.
Dallo Yemen all’Iraq, la rete sciita
Il secondo snodo è rappresentato dagli Houthi nello Yemen. I ribelli sciiti, che controllano ampie porzioni del Paese, hanno già dimostrato di poter colpire a lunga distanza e soprattutto di interferire con le rotte nel Mar Rosso. Il punto strategico non è soltanto Israele, ma il traffico commerciale globale. Minacciare lo stretto di Bab el-Mandeb significa incidere sui flussi energetici e sulle catene di approvvigionamento, ampliando il conflitto ben oltre il piano militare diretto. Finora l’intervento è stato calibrato, ma la promessa di vendetta lascia intendere che il dossier resta aperto.
In Iraq, le milizie filo-iraniane costituiscono un’altra leva di pressione. Attacchi contro installazioni occidentali, in particolare nell’area di Erbil, si inseriscono in un contesto già fragile, dove la questione curda, la presenza americana e l’influenza iraniana si sovrappongono. Baghdad è stretta tra la necessità di non rompere con Washington e l’impossibilità di sradicare gruppi armati radicati nel sistema politico e militare del Paese. Anche qui l’Iran dispone di una profondità strategica che consente di esercitare pressione senza esporsi direttamente.
I sunniti tra odio politico e paura strategica
Paradossalmente, i governi sunniti del Golfo, storicamente ostili al regime iraniano, oggi guardano con preoccupazione all’evoluzione del conflitto. In Arabia Saudita, alcuni impianti energetici sono stati chiusi in via precauzionale dopo che missili iraniani hanno sfiorato infrastrutture sensibili. Il timore principale non è solo l’attacco diretto, ma l’eventuale interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il mercato petrolifero mondiale. Una guerra prolungata metterebbe a rischio stabilità interna e piani di sviluppo economico.
Gli Emirati Arabi Uniti si trovano in una posizione analoga. Hanno mantenuto negli anni canali pragmatici con Teheran, pur restando alleati dell’Occidente. Oggi pagano la vulnerabilità di quel doppio binario: aeroporti, infrastrutture e immagine internazionale sono esposti a tensioni che minano la percezione di sicurezza, elemento chiave per finanza e turismo. Più il conflitto si prolunga, più la loro strategia di equilibrio si indebolisce.
Infine Oman e Qatar, tradizionali mediatori regionali, tentano di riattivare la diplomazia, ma con margini ridotti. Il Qatar ospita una delle principali basi americane della regione e questo lo rende un obiettivo potenziale in caso di escalation. Oman prova a mantenere un profilo neutrale, ma la logica delle milizie e delle ritorsioni rischia di superare quella dei negoziati.
La mappa del conflitto che si allarga racconta dunque un sistema instabile, dove le milizie amiche dell’Iran agiscono su più fronti e gli Stati nemici temono ora il collasso più della sopravvivenza del regime. È questo il vero paradosso della fase attuale: il Medio Oriente non è diviso solo tra chi sostiene Teheran e chi la combatte, ma tra chi vuole colpirla e chi teme che la sua caduta apra un vuoto ancora più pericoloso.


