
La situazione della nazionale femminile di calcio dell’Iran, impegnata in Australia per la Coppa d’Asia, è precipitata nelle ultime ore, trasformandosi in un caso internazionale di grande portata. Dopo l’eliminazione dal torneo, la tensione è sfociata in una fuga drammatica: cinque calciatrici sono riuscite a lasciare l’hotel in cui alloggiava la squadra nella Gold Coast, sottraendosi alla sorveglianza dei dirigenti del regime, e sono ora sotto la protezione della polizia federale australiana, avendo inoltrato formale richiesta di asilo.
Una protesta che costa la vita
Tutto è iniziato la scorsa settimana, quando le atlete, durante il match d’esordio contro la Corea del Sud, hanno scelto di non cantare l’inno nazionale della Repubblica Islamica in segno di protesta contro la violenta repressione in atto nel Paese. Un gesto di dissenso che in patria è stato immediatamente bollato dalla televisione di Stato come “l’apice del disonore” e “tradimento”. L’eco di quelle parole, in un Iran in stato di guerra, ha fatto scattare un campanello d’allarme globale, dato che il codice penale teocratico prevede pene severissime, fino alla condanna a morte, per chi viene accusato di minare la sicurezza nazionale.
Le giocatrici sono state sottoposte a pressioni asfissianti da parte degli accompagnatori del regime, che le hanno costrette, nelle partite successive contro Australia e Filippine, a cantare l’inno accompagnandolo con il saluto militare, nel tentativo disperato di esibire una lealtà che però non le ha messe al riparo dalle minacce ricevute, estese anche ai loro familiari rimasti in patria.
La mobilitazione internazionale è stata immediata: una petizione popolare ha superato le 60.000 firme chiedendo al governo australiano di intervenire. Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto direttamente, esortando Canberra ad accogliere le atlete: “L’Australia non può permettere alle giocatrici di tornare in Iran, dove molto probabilmente verrebbero uccise”. Mentre le cinque calciatrici che hanno trovato rifugio presso le forze dell’ordine australiane – Fatemeh Pasandideh, Zahra Ghanbari, Zahra Sarbali, Atefeh Ramezani Zadeh e Mona Hamoudi – sono ora al sicuro, rimane altissima la preoccupazione per le restanti compagne di squadra, ancora sotto stretta sorveglianza e in procinto di rientrare in un Paese che le considera, a tutti gli effetti, “traditrici della patria”.


