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Generali iraniani un passo avanti: la guerra che Washington pensava breve si complica

Pubblicato: 11/03/2026 20:39

Dopo quasi due settimane di combattimenti e una campagna di bombardamenti che ha colpito migliaia di obiettivi in Iran, il quadro militare appare più incerto di quanto molti strateghi occidentali avessero previsto. La risposta di Teheran non si è limitata a un gesto simbolico, ma ha mostrato una capacità di pianificazione e di adattamento che ha sorpreso molti analisti. Nelle ultime ore Israele è stata nuovamente colpita da diversi attacchi e, soprattutto, le ritorsioni iraniane hanno raggiunto un numero significativo di basi statunitensi in Medio Oriente, segnale che la guerra rischia di estendersi ben oltre lo scontro diretto tra Israele e la Repubblica islamica.

In guerra non conta solo la potenza di fuoco. Gli eserciti più efficaci sono quelli che riescono a imparare rapidamente dai conflitti precedenti e a modificare il proprio modo di combattere. È ciò che accade da anni sul fronte della guerra in Ucraina, dove tattiche e tecnologie vengono continuamente aggiornate. Proprio quell’esperienza, secondo diversi osservatori militari, sarebbe stata studiata con attenzione dai pianificatori iraniani, mentre negli Stati Uniti alcuni segnali di questo cambiamento sarebbero stati sottovalutati.

Come Teheran ha studiato il campo di battaglia

Negli ultimi mesi gli strateghi della Repubblica islamica hanno analizzato due scenari molto diversi tra loro ma ricchi di insegnamenti: il conflitto ucraino e le operazioni militari israeliane contro obiettivi iraniani e filo-iraniani. Da queste esperienze è emersa una convinzione: la difesa antimissile non è infinita. Sistemi come Arrow, Thaad e SM-3 sono estremamente efficaci, ma possiedono un limite fondamentale, cioè il numero di intercettori disponibili.

Secondo diverse analisi militari, proprio su questo punto si è concentrata la strategia iraniana. I primi attacchi avrebbero avuto lo scopo di indebolire i radar e i sistemi di individuazione che guidano le difese antimissile. La distruzione di alcuni sensori chiave avrebbe creato una finestra operativa sfruttata nelle ore successive per colpire obiettivi più sensibili. In questa fase sarebbero state raggiunte numerose installazioni militari americane, comprese le basi che gli Stati Uniti mantengono nel Golfo.

Uno degli attacchi più significativi avrebbe riguardato strutture legate alla Quinta Flotta in Bahrain. Anche se l’impatto militare resta limitato rispetto alla potenza americana, il messaggio politico è evidente: dimostrare che le infrastrutture degli Stati Uniti non sono intoccabili.

Missili a grappolo e attacchi diffusi

Un’altra componente della strategia iraniana riguarda il tipo di armamenti utilizzati. Molti dei missili lanciati nelle prime fasi della guerra sarebbero dotati di testate a grappolo, capaci di disperdere numerosi piccoli ordigni prima di essere intercettati. Questo tipo di attacco non punta soltanto alla distruzione di un singolo obiettivo ma alla saturazione delle difese e alla diffusione del panico.

Parallelamente, i pasdaran avrebbero mantenuto una struttura operativa molto flessibile. Gli armamenti più sensibili sono stati dispersi e la catena di comando è stata decentralizzata proprio per ridurre l’efficacia dei bombardamenti israeliani e americani. Dopo alcuni giorni di apparente rallentamento, negli ultimi attacchi è tornato ad aumentare anche il numero di droni Shahed lanciati verso Israele, segnale che l’arsenale iraniano potrebbe essere più ampio di quanto stimato inizialmente.

Questa strategia ha anche una dimensione psicologica. Continuare a colpire, anche con intensità limitata, consente alla leadership iraniana di mostrare che la struttura dello Stato non è stata spezzata dalla campagna militare occidentale.

Le incognite per gli Stati Uniti

Ufficialmente Washington sostiene che la pressione militare stia riducendo in modo significativo le capacità iraniane. Secondo i vertici militari americani, gli attacchi missilistici e i lanci di droni sarebbero già calati drasticamente rispetto ai primi giorni di guerra.

All’interno del Pentagono, tuttavia, emergono valutazioni più prudenti. Alcuni analisti ritengono che le informazioni sui lanciatori iraniani possano essere incomplete e che l’arsenale disponibile per Teheran sia stato sottovalutato. Se questa valutazione fosse corretta, la guerra potrebbe durare più a lungo del previsto.

Il fronte economico e lo Stretto di Hormuz

Accanto alla dimensione militare, la guerra si sta giocando anche sul piano economico. L’Iran ha cercato di colpire infrastrutture energetiche e porti nella regione del Golfo, mettendo sotto pressione il mercato petrolifero internazionale. Alcuni depositi di greggio nel porto omanita di Salalah sono stati incendiati, mentre droni iraniani hanno tentato di raggiungere importanti impianti sauditi.

Il punto più delicato resta però lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale. Anche se gran parte della flotta iraniana è stata colpita dagli attacchi occidentali, i Guardiani della Rivoluzione dispongono ancora di strumenti molto più difficili da neutralizzare: mine navali, droni marittimi e piccole imbarcazioni armate.

È su questo terreno che si gioca una parte decisiva della crisi. Perché se il traffico petrolifero venisse davvero bloccato, la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti rischierebbe di trasformarsi rapidamente in una crisi economica globale.

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Ultimo Aggiornamento: 11/03/2026 20:41

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