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Gli orecchini vietati e il casco proibito: lo schifo morale del sistema olimpico

Pubblicato: 12/03/2026 18:47

C’è un momento in cui il linguaggio istituzionale non basta più. Perché quando si arriva al punto di zittire gli atleti di un paese invaso mentre si tollera la presenza degli sportivi del paese invasore, allora la parola giusta non è più diplomazia ma schifo. È quello che provoca la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, quando l’atleta ucraina Alexandra Kononova, oro nel para-biathlon, è stata costretta a togliersi degli orecchini con la bandiera ucraina e la scritta Stop War prima della premiazione. Non uno slogan aggressivo, non un gesto di propaganda militare. Un semplice messaggio contro la guerra pronunciato da chi la guerra la subisce davvero. Eppure per il sistema paralimpico quella frase era troppo. Troppo politica, troppo scomoda, troppo vera. Così la campionessa che arrivava da un paese bombardato ha dovuto togliersi gli orecchini per rispettare il cerimoniale della neutralità sportiva.

Il punto è che questa neutralità non è più neutralità. È diventata una macchina burocratica che produce una distorsione morale gigantesca: bacchetta gli invasi e protegge gli aggressori. Il movimento olimpico continua a ripetere che non può entrare nei conflitti del mondo, ma poi applica questa regola sempre nello stesso modo: silenziando chi prova a ricordare cosa sta accadendo. Kononova non ha insultato nessuno, non ha fatto propaganda di guerra, non ha usato il podio per un comizio. Ha indossato due piccoli orecchini con scritto Stop War. E questo è bastato per far scattare il divieto.

Il problema è che non si tratta di un episodio isolato. Solo poche settimane fa il Comitato Olimpico Internazionale aveva fatto qualcosa di ancora più grave. L’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych è stato squalificato dalle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 perché voleva gareggiare con un casco su cui erano raffigurati i volti di oltre venti sportivi ucraini uccisi durante l’invasione russa. Un casco commemorativo, un tributo ai colleghi morti in guerra. Per il CIO però anche quello era propaganda politica. Gli è stato chiesto di toglierlo. Gli hanno proposto una fascia nera, neutra, anonima, senza memoria. Heraskevych ha rifiutato. Ha spiegato che la memoria dei morti vale più di una medaglia. E per questo è stato escluso dalla gara.

Questo è il punto dove la retorica olimpica collassa. Lo sport che si riempie la bocca di pace, fratellanza e solidarietà tra i popoli diventa improvvisamente rigidissimo quando qualcuno ricorda che quella pace non esiste. Il risultato è grottesco: il sistema olimpico non riesce a fermare le guerre, ma riesce benissimo a fermare un paio di orecchini o un casco della memoria.

È difficile non provare disgusto davanti a questa scena. Un’atleta ucraina che deve togliersi un simbolo di pace per ricevere una medaglia. Un altro atleta ucraino escluso dai Giochi perché ricorda i compagni morti sotto le bombe. Tutto questo in nome di una neutralità che finisce per produrre l’effetto opposto: normalizzare la guerra e censurare chi la denuncia.

E allora sì, la parola giusta è proprio questa: schifo. Non per gli atleti che provano a ricordare la realtà del loro paese, ma per un sistema sportivo internazionale che pretende il silenzio delle vittime per non disturbare l’equilibrio delle sue regole. Perché quando lo sport arriva al punto di difendere l’astrazione delle procedure contro la dignità delle persone, significa che qualcosa si è rotto davvero. E non è un problema di regolamenti. È un problema di coscienza.

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