
Il caso Biennale di Venezia diventa uno scontro politico sempre più esplicito tra il governo e il presidente della fondazione Pietrangelo Buttafuoco. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha chiesto le dimissioni della consigliera del cda Tamara Gregoretti, nominata dal ministero nel marzo 2024, accusandola di non aver informato l’esecutivo della possibile presenza della Russia alla prossima esposizione internazionale d’arte e di aver sostenuto la linea di apertura proposta proprio da Buttafuoco.
La richiesta di dimissioni segna un salto di livello nello scontro istituzionale che si è aperto negli ultimi giorni. Gregoretti però non ha alcuna intenzione di lasciare l’incarico e ha fatto sapere di voler restare al suo posto: “Sono serena, non mi dimetto”. La tensione nasce dalla scelta del presidente della Biennale di immaginare una “Biennale della tregua”, aperta a tutti i Paesi, compresa la Federazione Russa, una decisione che il governo considera politicamente inaccettabile nel pieno della guerra in Ucraina.
La linea del governo: la Russia non può esserci
Il caso ormai è diventato apertamente geopolitico. A dirlo è stato il presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, esponente di Fratelli d’Italia, intervenuto all’inaugurazione della fiera d’arte Tefaf a Maastricht. Secondo Mollicone la partecipazione della Russia non è più soltanto una questione culturale ma un problema politico che espone l’Italia e il governo a un danno d’immagine internazionale.
Mollicone ha espresso stima per Buttafuoco ma ha parlato chiaramente di errore. La presenza di Mosca, ha spiegato, rischia di mettere in difficoltà l’esecutivo proprio mentre diversi governi europei hanno già chiesto alla Biennale di ripensare la decisione. Nelle stesse ore anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani è intervenuto nel dibattito invitando a distinguere tra il regime russo e la cultura russa. Non si può cancellare la tradizione letteraria di Dostoevskij, Tolstoj o Gorkij, ha detto, suggerendo piuttosto di dare spazio agli artisti dissidenti.
Bruxelles minaccia lo stop ai fondi
Lo scontro non riguarda solo la politica italiana. Anche la Commissione europea ha fatto sapere di essere pronta a sospendere o rescindere i finanziamenti destinati alla Biennale se verrà confermata la partecipazione russa.
Attualmente è in corso un progetto europeo da circa due milioni di euro dedicato alla produzione cinematografica e alla realtà virtuale. Secondo Bruxelles, la decisione di aprire alla Russia potrebbe entrare in contrasto con i valori e gli standard etici previsti nei contratti di sovvenzione dell’Unione. Se verrà accertata una violazione, i fondi potrebbero essere bloccati.
Il portavoce della Commissione ha ribadito che la cultura europea deve promuovere valori democratici, dialogo e libertà di espressione. Valori che, secondo l’esecutivo europeo, non sono oggi rispettati nella Russia di Vladimir Putin.
Il fronte opposto: sostegno a Buttafuoco
Mentre il governo alza il livello dello scontro, una parte della politica e del mondo culturale difende invece la scelta di Buttafuoco. Il Movimento Cinque Stelle si è schierato apertamente a favore del presidente della Biennale.
Gli esponenti pentastellati della Commissione Cultura hanno spiegato di essere politicamente distanti dalle posizioni di Buttafuoco ma di condividere la sua idea di una Biennale aperta a tutti i Paesi. Secondo loro il progetto della “Biennale della tregua” rispecchia il ruolo che l’arte dovrebbe avere nei momenti di conflitto: favorire il dialogo e non chiudere le porte.
Nel frattempo cresce anche la protesta internazionale contro la partecipazione russa. Una petizione online ha già superato le settemila firme e tra i firmatari compaiono figure di primo piano della politica e della cultura, tra cui la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, lo storico Timothy Garton Ash, la politologa Anne Applebaum e l’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko.
Il risultato è una crisi che va ben oltre la gestione della Biennale. Da una parte il governo italiano e l’Europa che chiedono di escludere la Russia. Dall’altra il presidente della fondazione che rivendica l’autonomia della cultura. In mezzo il caso Gregoretti, diventato il simbolo di una frattura ormai aperta tra Palazzo Chigi e il vertice della più importante istituzione culturale veneziana.


