
Il petrolio torna sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, e per i mercati globali è un segnale che riporta alla memoria i grandi shock energetici della storia. Gli attacchi alle petroliere nel Golfo, le minacce dell’Iran sullo Stretto di Hormuz e il taglio della produzione nei Paesi del Golfo stanno ridisegnando l’equilibrio energetico mondiale. Le borse reagiscono in negativo e cresce la paura che l’interruzione dell’offerta possa durare a lungo.
A rilanciare l’allarme è stata l’Agenzia internazionale dell’energia, che parla apertamente della “più grave interruzione della fornitura di petrolio della storia”. Secondo le stime, i Paesi della regione avrebbero ridotto la produzione complessiva di circa 10 milioni di barili al giorno, una quantità enorme se si considera il peso del Golfo sul mercato globale dell’energia.
La crisi dello stretto di Hormuz
La tensione ruota attorno allo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più delicato per il commercio energetico mondiale. Dalle sue acque transita una quota enorme del greggio globale, e ogni minaccia alla navigazione provoca immediate reazioni nei mercati.
Le dichiarazioni provenienti da Teheran hanno contribuito a infiammare ulteriormente il clima. L’ipotesi di una chiusura dello stretto o di limitazioni alla circolazione navale è sufficiente a generare panico tra gli operatori energetici e tra le grandi compagnie di navigazione.
A Washington il presidente Donald Trump ha reagito con un tono molto diverso rispetto agli allarmi degli analisti. Gli Stati Uniti, ha detto, sono oggi il maggiore produttore mondiale di petrolio e quindi un aumento dei prezzi può trasformarsi anche in un vantaggio economico per l’economia americana.
All’interno dell’amministrazione statunitense, però, la preoccupazione è più concreta. Il segretario al Tesoro ha parlato della possibilità di una coalizione internazionale per proteggere le navi nello Stretto di Hormuz, segnale che il rischio di un’escalation navale viene preso molto seriamente.
L’Italia libera le riserve strategiche
Nel tentativo di stabilizzare il mercato, i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno deciso di utilizzare parte delle riserve strategiche di petrolio. Anche l’Italia partecipa all’operazione.
Il governo ha autorizzato il rilascio di 9 milioni e 966 mila barili, pari al 2,5% della quota complessiva prevista dall’accordo internazionale. In termini energetici si tratta di 1 milione e 605 mila tonnellate equivalenti di petrolio, circa il 13,5% delle scorte di sicurezza presenti nel Paese.
Il meccanismo ricalca quello utilizzato durante la crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina nel 2022. In quel caso le riserve furono impiegate per contenere l’aumento dei prezzi e garantire continuità negli approvvigionamenti.
Le scorte italiane, però, non sono tutte pubbliche. Oltre il 70% è costituito da riserve obbligatorie detenute da raffinerie, importatori e operatori energetici, mentre la quota restante è formalmente gestita dall’Organismo centrale di stoccaggio italiano ma conservata attraverso contratti con operatori privati. Lo sblocco deciso in queste ore riguarda proprio la riduzione delle scorte obbligatorie detenute dagli operatori.
Mosca tra i grandi beneficiari del rialzo
Se per molti Paesi l’aumento del prezzo del petrolio è un problema economico e politico, per altri rappresenta invece una grande opportunità. Tra i principali beneficiari c’è la Russia.
Secondo le stime degli analisti internazionali, il rialzo del greggio potrebbe portare nelle casse del Cremlino circa 150 milioni di dollari in più al giorno. Proiettando il dato su scala mensile, Mosca potrebbe incassare tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro la fine del mese.
In piena crisi energetica globale, il prezzo del petrolio torna così a essere uno dei grandi strumenti di potere geopolitico. E la tensione nello Stretto di Hormuz dimostra ancora una volta quanto il sistema energetico mondiale resti vulnerabile a ogni crisi nel Medio Oriente.


