
Nel Golfo Persico esistono luoghi minuscoli che, a guardarli su una carta geografica, sembrano insignificanti. Kharg è uno di questi. Un’isola piatta, battuta dal vento e dal sale, che si trova a circa venticinque chilometri dalla costa iraniana. Eppure su questo piccolo pezzo di terra si è concentrata per decenni una parte decisiva della storia del Medio Oriente. Qui passano petroliere gigantesche, qui arrivano oleodotti che attraversano il deserto iraniano, qui si misura una parte della potenza economica e strategica di Teheran. Per capire molte delle tensioni che attraversano oggi il Golfo Persico bisogna partire proprio da questo luogo: una striscia di roccia che è diventata nel tempo il cuore energetico dell’Iran e uno dei bersagli più sensibili di qualsiasi guerra nella regione.
La ragione è semplice e brutale allo stesso tempo. Kharg è il principale terminal petrolifero iraniano, la piattaforma logistica da cui parte la quasi totalità delle esportazioni di greggio del Paese. Attraverso una rete di oleodotti che collegano i giacimenti dell’interno, il petrolio arriva sull’isola e viene immagazzinato in enormi serbatoi prima di essere caricato sulle petroliere dirette verso Asia, Europa e altri mercati globali. Questo significa che l’economia iraniana dipende in larga parte da ciò che accade su quest’isola. Se Kharg funziona, il petrolio scorre e il Paese incassa valuta estera. Se Kharg si ferma, l’intero sistema economico iraniano rischia di subire un colpo durissimo.
Un’isola marginale diventata strategica
Per secoli Kharg non fu affatto il centro del mondo. Era una piccola isola nel Golfo Persico utilizzata come punto di sosta per le navi che attraversavano la regione. Le sue coste offrivano un approdo relativamente sicuro e un luogo dove rifornirsi di acqua e viveri prima di proseguire il viaggio verso la Persia o la penisola arabica. In epoca moderna alcune potenze europee capirono che quella posizione poteva avere un valore strategico e tentarono di trasformarla in un avamposto commerciale. Le compagnie mercantili olandesi costruirono fortificazioni e magazzini, cercando di controllare una parte del traffico commerciale del Golfo. Fu uno dei primi segnali di quanto quell’isola potesse diventare importante.
Quelle presenze straniere provocarono inevitabilmente tensioni con le autorità persiane e con le tribù della regione. L’esperimento coloniale non durò a lungo e gli europei finirono per abbandonare l’isola, ma Kharg rimase nella memoria geopolitica della regione come un punto strategico per il controllo delle rotte marittime. Per lungo tempo, tuttavia, nessuno immaginò che sarebbe diventata uno dei nodi energetici più importanti del pianeta. Quella trasformazione arrivò solo nel Novecento, quando il petrolio cambiò completamente il destino economico e politico del Medio Oriente.
Lo scià, la rivoluzione e la guerra con Saddam
Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Iran avviò una gigantesca operazione di modernizzazione del proprio settore energetico. Il Paese possedeva enormi giacimenti di petrolio e cercava un modo efficiente per esportarlo verso i mercati internazionali. Fu allora che Kharg venne scelta come punto centrale del sistema. La sua posizione nel Golfo Persico era ideale: abbastanza vicina alla terraferma da poter essere collegata ai giacimenti interni, ma con fondali sufficientemente profondi per permettere l’attracco delle grandi petroliere che avrebbero trasportato il greggio nel mondo.
Durante il regno dello scià Reza Pahlavi e poi di suo figlio Mohammad Reza, l’isola venne trasformata radicalmente. Furono costruiti enormi serbatoi di stoccaggio, terminal industriali, moli per il carico delle petroliere e infrastrutture che collegavano Kharg ai campi petroliferi dell’Iran meridionale. In pochi anni l’isola passò dall’essere un luogo marginale a diventare uno dei più grandi terminal petroliferi offshore del mondo. Ogni giorno milioni di barili di greggio lasciavano i suoi moli diretti verso i porti di mezzo pianeta.
Quando nel 1979 la rivoluzione islamica rovesciò lo scià, il nuovo regime guidato dagli ayatollah ereditò l’intero sistema petrolifero costruito negli anni precedenti. Kharg rimase immediatamente uno dei punti più importanti del Paese. Tuttavia la stabilità durò poco. Nel 1980 l’Iraq guidato da Saddam Hussein invase l’Iran dando inizio a una delle guerre più lunghe e sanguinose del Medio Oriente contemporaneo.
Saddam comprese subito che distruggere Kharg avrebbe potuto mettere in ginocchio l’economia iraniana. L’aviazione irachena iniziò quindi una lunga serie di bombardamenti contro l’isola. I raid colpivano i serbatoi di petrolio, i terminal di carico e le infrastrutture portuali. Le esplosioni erano visibili a chilometri di distanza e per lunghi periodi l’isola fu avvolta da incendi giganteschi. Gli attacchi causarono danni enormi e ridussero temporaneamente la capacità dell’Iran di esportare greggio.
Nonostante la violenza dei bombardamenti, Kharg non venne mai completamente distrutta. Gli impianti venivano riparati rapidamente e le petroliere continuavano a raggiungere l’isola anche durante le fasi più intense del conflitto. Dopo la guerra, il terminal petrolifero venne ricostruito e ampliato. Ancora oggi la maggior parte del petrolio iraniano passa da Kharg prima di essere caricato sulle superpetroliere dirette verso i mercati internazionali. Per questo motivo l’isola resta uno dei punti più sensibili della geopolitica energetica mondiale: una piccola striscia di terra che, da decenni, continua a influenzare guerre, economie e equilibri politici molto più grandi delle sue dimensioni.


