
L’Iran ha definito una strategia chiara nella crisi in corso, basata su tre principi fondamentali: attendere, confondere e sopravvivere. Una tattica elaborata dopo la batosta dello scorso giugno, e applicata con precisione durante le prime settimane del conflitto. Questa strategia, evidenziata nelle dichiarazioni di Abbas Araghchi, ministro degli esteri iraniano, e di Ali Larijani, ex presidente del Parlamento e consigliere della defunta Suprema Guida Ali Khamenei, punta a trasformare il tempo in un alleato e a sfruttare le debolezze strategiche degli avversari.
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Secondo Araghchi, l’elemento dell’attesa non è semplicemente una tattica di prudenza, ma uno strumento per sottrarre vantaggi agli Stati Uniti e al presidente Donald Trump, costretto a fare i conti con il calendario elettorale e le elezioni di Midterm. “La guerra finirà solo quando l’Iran sarà sicuro”, ha affermato il ministro in un’intervista alla rete CBS, sottolineando la volontà di un conflitto di lunga durata, simile alle “guerre infinite” spesso citate da Trump come scenario da evitare.

Confondere il nemico e seminare caos
La seconda regola della strategia iraniana è confondere. Seguendo i principi esposti da Sun Tzu ne L’Arte della Guerra, l’inganno diventa il cuore di ogni operazione militare. Araghchi ha accennato a contatti con “diversi Paesi che desiderano garantire un passaggio sicuro alle loro navi” nello Stretto di Hormuz, un riferimento volto a creare tensioni tra Washington e i suoi alleati europei, riluttanti a seguire la Casa Bianca in eventuali operazioni militari contro l’Iran.
Ali Larijani, da parte sua, ha evocato complotti e dossier sensibili, parlando dei file Epstein e insinuando un possibile coinvolgimento del presidente Trump in operazioni contro l’Iran. La strategia mediatica di Teheran punta quindi a sfruttare false notizie, teorie complottiste e disinformazione per aumentare la pressione psicologica sugli avversari e creare incertezza politica e militare.
Sopravvivere e dimostrare forza militare
Il terzo elemento della strategia è la capacità di sopravvivere, preservando le proprie risorse mentre il nemico è costretto a cercare una vittoria rapida. In questa prospettiva rientrano le recenti operazioni dei Guardiani della Rivoluzione, che hanno minacciato il premier israeliano Benjamin Netanyahu dopo la diffusione di notizie false sulla sua presunta morte, ribadendo la volontà di “continuare a dargli la caccia con tutte le nostre forze”.
A supporto della strategia, Teheran ha impiegato anche capacità tecnologiche avanzate, tra cui il missile balistico Sejjil, definito dai media locali “missile danzante” per la sua abilità di eludere i sistemi di difesa missilistica come l’Iron Dome. Si tratta di un missile superficie-superficie a medio raggio, alimentato a propellente solido, con autonomia tra 2.000 e 2.500 km, potenzialmente in grado di colpire obiettivi anche in Europa.

Implicazioni geopolitiche e scenari futuri
La combinazione di attesa, inganno e sopravvivenza indica che l’Iran mira a un conflitto prolungato, sfruttando le debolezze strategiche dei nemici e facendo leva su strumenti diplomatici, mediatici e militari. Lo sfruttamento di informazioni distorte e operazioni psicologiche rende difficile per gli Stati Uniti e i loro alleati ottenere una vittoria rapida.
La strategia iraniana riflette una visione a lungo termine, dove la resilienza dello Stato diventa più importante di ogni singolo scontro. L’uso di missili avanzati, la manipolazione dell’informazione e le minacce velate contro avversari regionali sono parte di un piano studiato per garantire sicurezza interna e deterrenza esterna, consolidando la posizione della Repubblica Islamica nel contesto internazionale.
La comunità internazionale osserva con attenzione, consapevole che la guerra dell’informazione e delle capacità missilistiche rende l’area del Medio Oriente un teatro di crisi complesso e potenzialmente prolungato, dove il tempo e la strategia diventano armi altrettanto decisive quanto la forza militare.


