
L’indagine che sta scuotendo le fondamenta della Polizia di Stato a Milano, e in particolare il commissariato Mecenate, ha subito un’accelerazione drammatica nelle ultime ore. Al centro di questo terremoto giudiziario si trova l’assistente capo Carmelo Cinturrino, già in custodia cautelare per l’uccisione di Abderrahim Mansouri, avvenuta il 26 gennaio nel noto boschetto di Rogoredo. Quello che inizialmente poteva apparire come un tragico incidente o un eccesso colposo durante un’operazione antidroga, si è trasformato in un fascicolo monumentale che delinea un quadro di corruzione sistemica e violenza gratuita. La Procura di Milano ha infatti deciso di contestare all’agente l’aggravante della premeditazione per l’omicidio del pusher, un passo formale che cambia radicalmente la gravità della sua posizione processuale e suggerisce un disegno criminoso pianificato anziché un impulso del momento.
Il numero degli indagati sale a sette
La portata dell’inchiesta si è estesa fino a coinvolgere altri colleghi di Cinturrino, portando il numero totale degli agenti indagati a sette. Le nuove iscrizioni nel registro delle notizie di reato riguardano due poliziotti, tra cui una donna accusata di falso. Queste nuove posizioni sono emerse a seguito della richiesta di incidente probatorio, uno strumento giuridico necessario per blindare le testimonianze di almeno otto persone, tra cui tossicodipendenti e spacciatori che frequentano l’area di Rogoredo. La necessità di cristallizzare queste deposizioni deriva dalla precarietà delle vite di questi testimoni, spesso senza fissa dimora o soggetti a pressioni, le cui parole risultano però fondamentali per ricostruire il modus operandi deviato degli agenti coinvolti.
La figura di Carmelo Cinturrino emerge dai documenti della Procura come quella di un uomo che gestiva il territorio con metodi definiti quasi gangsteristici. Oltre all’omicidio aggravato, i magistrati gli contestano più di trenta capi di imputazione. L’elenco è impressionante e spazia dal sequestro di persona all’estorsione, fino alla concussione e alla rapina. Secondo gli inquirenti, l’agente non si limitava a svolgere il proprio dovere in modo irregolare, ma avrebbe messo in piedi un vero e proprio sistema di potere basato sulla paura e sul ricatto. Tra le accuse figurano anche la detenzione e lo spaccio di stupefacenti, il che suggerisce un paradosso inquietante: un tutore dell’ordine che alimentava lo stesso mercato criminale che avrebbe dovuto combattere.
A rendere ancora più solido il castello accusatorio sono intervenuti alcuni filmati catturati dalle telecamere di sorveglianza di un market milanese. In queste riprese, si vedrebbe Cinturrino rivolgersi a un interlocutore con frasi esplicite, intimandogli di mettere da parte la droga eventualmente trovata per consegnargliela il giorno successivo. Questo dettaglio rafforza l’ipotesi di una gestione privata e illegale dei sequestri di stupefacenti. Inoltre, la Procura contesta all’indagato reati gravissimi contro l’amministrazione della giustizia, come la calunnia, il falso in atto pubblico e il depistaggio. Quest’ultimo punto è particolarmente delicato, poiché indica la volontà deliberata di inquinare le prove e sviare le indagini subito dopo la morte di Mansouri.
Le conseguenze per il commissariato Mecenate
L’onda d’urto di questa inchiesta ha già provocato i primi provvedimenti disciplinari e organizzativi all’interno della Questura di Milano. Il dirigente del commissariato Mecenate è stato rimosso dal suo incarico, segnando l’inizio di quello che sembra essere un totale azzeramento dei vertici della struttura. La gravità delle accuse, che includono anche l’arresto illegale di sospetti e le percosse sistematiche, ha spinto l’amministrazione a intervenire con decisione per recidere ogni legame con le condotte contestate. Nel frattempo, la famiglia della vittima, attraverso i propri legali, ha respinto ogni tentativo di riconciliazione parziale, chiedendo che Cinturrino confessi integralmente il male commesso e che venga fatta piena luce su ogni singola violazione compiuta nel boschetto di Rogoredo.


