
Un quadro internazionale sempre più instabile, segnato da tensioni crescenti e scenari che evocano i momenti più bui della storia contemporanea. A lanciare l’allarme, in una intervista a La Stampa, è Gilles Kepel, tra i più autorevoli studiosi di geopolitica mediorientale, che descrive una crisi arrivata a un punto critico.
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Escalation e rischio nucleare
“Fare un pronostico è ancora difficile”, avverte l’analista, ma la sua analisi non lascia spazio all’ottimismo. “siamo al parossismo”, afferma, delineando una fase di escalation militare in cui gli equilibri sembrano ormai saltati. Gli attacchi incrociati su obiettivi sensibili come Natanz e Dimona vengono indicati come segnali evidenti di una crisi fuori controllo.
Secondo Kepel, il rischio più concreto è quello di una deriva incontrollata verso uno scenario estremo: “La prospettiva di Hiroshima si avvicina”. Una frase che sintetizza il timore di un possibile conflitto nucleare, alimentato da dinamiche sempre più imprevedibili.
Nel suo ragionamento entra anche Donald Trump, che – secondo l’analista – si troverebbe in una posizione complessa: “non può più uscire dal conflitto dichiarando di aver messo a tappeto la repubblica islamica”, perché la risposta iraniana “era ed è potente”.

Una guerra asimmetrica e diffusa
L’analisi di Kepel smonta anche l’idea di un Iran in difficoltà. “Il regime si era evidentemente preparato e lo ha fatto con le armi del povero”, spiega, facendo riferimento a strumenti bellici a basso costo ma altamente efficaci.
Si tratta di una strategia militare asimmetrica, definita dallo stesso studioso come “guerra orizzontale”, capace di colpire più fronti contemporaneamente e destabilizzare intere aree. Il Golfo, in questo contesto, appare particolarmente vulnerabile, mentre Israele è costretto a monitorare anche altri confini sensibili.
Kepel è netto anche nell’attribuzione delle responsabilità: “È una guerra di Israele”. Un’affermazione che chiama direttamente in causa Benjamin Netanyahu, alle prese con una situazione sempre più delicata sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Gli equilibri globali e i fronti possibili
Il conflitto, secondo l’analista, rischia di allargarsi ulteriormente, anche se alcuni attori restano per ora in secondo piano. Tra questi gli houthi, che non sono ancora entrati in azione in modo diretto. “Ritengo che per ora non serva il loro apporto, la crisi di Hormuz è più che sufficiente e bloccare anche lo stretto di Bab el-Mandeb, ossia il mar Rosso, vorrebbe dire alienarsi il resto del mondo che ancora resta neutrale. Ma è una risorsa supplementare per aprire un nuovo fronte se necessario”.
Nel frattempo, lo scenario globale resta in sospeso. L’Europa appare defilata, mentre altre potenze osservano con attenzione l’evolversi degli eventi. E resta una domanda senza risposta, che pesa come un macigno sugli equilibri internazionali: quale sarà la prossima mossa?
“Se non è ancora un vicolo cieco, è un vicolo molto buio”, conclude Kepel, riassumendo in poche parole la gravità di una crisi che continua a evolversi senza certezze, tra timori di guerra globale e il rischio sempre più concreto di un punto di non ritorno.


