
La vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia non è soltanto il risultato della compattezza del centrosinistra, ma il prodotto di una trasversalità elettorale che ha attraversato anche il centrodestra e l’area centrista. I dati mostrano infatti come una quota significativa di elettori, pur appartenendo a schieramenti ufficialmente favorevoli alla riforma, abbia scelto di votare contro o di non partecipare, contribuendo in modo decisivo all’esito finale.
Il peso del dissenso nel centrodestra
Se il Campo largo si è dimostrato altamente compatto – con circa l’85% degli elettori schierati per il No – nel centrodestra emergono crepe significative. Solo il 78% degli elettori ha seguito l’indicazione di votare Sì, mentre il restante 22% si è diviso tra astensione e voto contrario, incidendo direttamente sul risultato.
Le defezioni più evidenti si registrano in Forza Italia, dove il 16% degli elettori ha votato No e un ulteriore 12% si è astenuto, portando quasi un terzo dell’elettorato azzurro fuori dalla linea ufficiale. Anche nella Lega si registra un dissenso rilevante, con il 14% di voti contrari e il 4% di astensioni. Più disciplinato l’elettorato di Fratelli d’Italia, anche se non mancano segnali di distacco: una quota residuale ha votato contro e circa il 10% non si è recato alle urne.
L’area centrista decisiva per affossare la riforma
Un contributo determinante al successo del No arriva anche dall’area centrista. In Azione, nonostante la linea favorevole al Sì indicata da Carlo Calenda, solo il 48% degli elettori ha seguito l’indicazione, mentre ben il 32% ha votato No e il 20% si è astenuto. Un dato che evidenzia una forte disconnessione tra leadership e base.
Situazione simile in Italia Viva, dove – in assenza di indicazioni ufficiali – il 22% degli elettori ha scelto il No, contribuendo a rafforzare il fronte contrario alla riforma.
Centrosinistra compatto, ma non senza crepe
Nel centrosinistra, il voto si è rivelato decisamente più uniforme. Nel Partito Democratico, solo una quota marginale (circa il 2%) ha sostenuto il Sì, mentre l’astensione si è attestata intorno al 10%. In Alleanza Verdi-Sinistra, le defezioni sono state contenute, mentre nel Movimento 5 Stelle si registra una maggiore articolazione, con circa il 10% favorevole al Sì e una quota simile di astenuti.
Nel complesso, però, il fronte progressista ha mostrato una tenuta molto più solida, risultando determinante nel costruire il vantaggio finale del No.
Una vittoria trasversale
Il dato politico più rilevante è proprio questo: il referendum è stato deciso non solo dalla mobilitazione del centrosinistra, ma da una frattura interna agli altri schieramenti, in particolare nel centrodestra e tra i centristi. Una dinamica che trasforma la vittoria del No in qualcosa di più di un semplice risultato di parte: un segnale politico diffuso, che attraversa più aree e mette in discussione la compattezza della maggioranza di governo.


