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Daniela Santanchè, da non crederci: le crolla tutto addosso e lei, ineffabile, in ufficio al Ministero

Pubblicato: 25/03/2026 12:21

C’è qualcosa di surreale, quasi comico se non fosse politico, in quello che sta accadendo. Mentre attorno a lei si accumulano inchieste, processi, rinvii a giudizio, mentre il suo nome rimbalza da un’aula di tribunale all’altra e diventa un caso nazionale, Daniela Santanchè sceglie la linea più semplice e insieme più spiazzante: fare finta di niente. Letteralmente. Entrare al ministero, sedersi alla scrivania e comportarsi come se tutto questo fosse un rumore di fondo, un fastidio passeggero, non una questione politica gigantesca.

E la scena, a guardarla bene, ha qualcosa di teatrale. Fuori il mondo che chiede, incalza, spinge. Dentro, lei che resta. Non arretra di un millimetro, non concede nulla. Nemmeno quando la richiesta arriva dal punto più alto possibile, da Giorgia Meloni. Nemmeno lì. Anzi, proprio lì il gesto diventa ancora più evidente: restare non è più solo una scelta, è una dichiarazione. Un modo per dire che quel posto non si tocca.

Il fortino e la politica che scompare

Il risultato è che il ministero si trasforma in un fortino. Non un luogo di governo, ma una posizione da difendere. Le mura non sono di pietra ma di ostinazione, e ogni giorno passato lì dentro diventa una piccola vittoria personale. Fuori c’è la politica, con le sue regole non scritte, con il principio – antico quanto la Repubblica – per cui a un certo punto si fa un passo indietro. Dentro, invece, c’è un’altra logica: resistere, resistere, resistere.

Il paradosso è tutto qui. Più la pressione cresce, più la linea si irrigidisce. Più la situazione si complica, più la risposta è semplice: presenza, agenda, normalità. Come se bastasse continuare a lavorare per rendere irrilevante tutto il resto. Come se la realtà fosse negoziabile, rinviabile, aggirabile.

Una resistenza che diventa sfregio

E allora il punto non è più nemmeno giudiziario. È politico, e quasi estetico. Perché questa resistenza ostinata, questo stare lì mentre tutto attorno si muove, finisce per somigliare a uno sfregio. Non solo alla premier che ha chiesto un passo indietro, ma all’idea stessa di responsabilità pubblica.

Santanchè, in fondo, si comporta come chi si chiude dentro una stanza e decide che il mondo non esiste. Solo che quella stanza è un ministero della Repubblica. E quella porta chiusa, ogni giorno di più, non appare come un segno di forza. Piuttosto come un gesto di sfida.

E le sfide, in politica, prima o poi presentano il conto. Anche a chi è convinto di poter restare per sempre nel proprio fortino.

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