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L’acqua San Benedetto “puzza”: 17 segnalazioni ma nessun controllo dell’Ulss3

Pubblicato: 26/03/2026 10:26


Arriva da Il Fatto Alimentare la segnalazione che riaccende i riflettori su un caso che coinvolge l’acqua minerale del marchio San Benedetto. A distanza di settimane dai primi episodi emersi nel gennaio 2026, il numero delle denunce da parte dei consumatori è salito a 17, tutte accomunate da un’anomalia ben precisa: la presenza di un cattivo odore nelle bottiglie acquistate.

Una situazione che, secondo quanto riportato, non rappresenterebbe più un caso isolato ma un fenomeno diffuso, capace di sollevare interrogativi sia sulla qualità del prodotto sia sull’efficacia dei controlli da parte delle autorità competenti, in particolare dell’ULSS3 Serenissima.
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Le segnalazioni e le ammissioni dell’azienda

I primi casi erano stati raccontati all’inizio dell’anno, quando un consumatore aveva segnalato un odore anomalo in diverse casse di acqua da due litri. In quell’occasione, l’azienda aveva riconosciuto la presenza di una criticità. Un secondo episodio analogo aveva poi confermato il problema, con una nuova presa d’atto.

Secondo quanto riferito da Il Fatto Alimentare, le segnalazioni sono continuate ad arrivare nelle settimane successive, fino a raggiungere quota 17. Tutte descrivono un difetto legato alle caratteristiche organolettiche del prodotto, ovvero odore e sapore, elementi fondamentali per la qualità percepita dal consumatore.

Il mancato intervento dell’ULSS

Nonostante il numero crescente di segnalazioni, l’ULSS3 Serenissima non avrebbe effettuato campionamenti diretti sul prodotto. L’ente si sarebbe limitato a recepire le informazioni fornite dall’azienda, secondo cui la variazione riscontrata non comporterebbe rischi per la salute.

Già a gennaio, infatti, l’ULSS aveva escluso la necessità di attivare una procedura di allerta, sottolineando che le anomalie non costituirebbero un pericolo concreto per i consumatori. Una posizione che oggi viene messa in discussione alla luce dell’assenza di verifiche indipendenti.

Il punto centrale riguarda proprio la mancanza di analisi ufficiali: senza controlli diretti, resta difficile stabilire con precisione l’origine del problema segnalato.

Difetti organolettici e tutela dei consumatori

Dal punto di vista tecnico, un’acqua può risultare conforme ai parametri igienico-sanitari pur presentando difetti di odore o sapore. Tuttavia, un prodotto con queste caratteristiche viene considerato non conforme sotto il profilo commerciale, anche in assenza di rischi sanitari accertati.

Le possibili cause del cattivo odore potrebbero essere diverse, dalla gestione delle linee di imbottigliamento a eventuali anomalie nei processi produttivi. Ma, senza accertamenti ufficiali, ogni ipotesi resta priva di conferme.

Il Codice del Consumo garantisce comunque ai clienti il diritto alla sostituzione o al rimborso in caso di prodotto difettoso, indipendentemente dalla sua sicurezza.

Una questione di fiducia e trasparenza

Il caso sollevato da Il Fatto Alimentare pone ora una questione più ampia, che riguarda la fiducia dei consumatori. Il moltiplicarsi delle segnalazioni, unito all’assenza di controlli diretti da parte dell’autorità sanitaria, lascia aperti diversi interrogativi.

Anche se l’acqua fosse tecnicamente potabile, un prodotto che presenta odori sgradevoli difficilmente può essere considerato accettabile sugli scaffali. Per questo, cresce la richiesta di maggiore trasparenza, attraverso verifiche ufficiali e comunicazioni più dettagliate.

In attesa di eventuali sviluppi, resta centrale l’esigenza di chiarire le cause del problema e di garantire controlli indipendenti. Una risposta che, secondo i consumatori coinvolti, non può più basarsi esclusivamente sulle rassicurazioni dell’azienda.

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