
Il post-referendum ridisegna la mappa della politica italiana e, mentre nel centrosinistra si prova a capire come ripartire dopo la netta vittoria del No, arriva una frase che suona come uno stop secco: Carlo Calenda non intende rientrare nel perimetro delle alleanze guidate dal Pd.
Con un clima già carico di tensioni e letture contrapposte, l’esito della consultazione diventa più di un semplice voto: per molti è un segnale politico che pesa sulle strategie delle opposizioni e sulle prossime mosse del governo.
Il dopo referendum: un risultato che pesa sulle alleanze
L’alta partecipazione ha trasformato il referendum in un passaggio cruciale, un termometro del Paese oltre il merito del quesito. E la vittoria del No, in questa chiave, viene letta come uno spartiacque capace di influenzare equilibri e narrazioni.
Da una parte c’è chi parla di freno alle possibili riforme costituzionali; dall’altra chi intravede l’occasione per ripensare da zero i patti tra partiti. È qui che torna a rimbalzare, ancora una volta, la parola chiave: campo largo.

Il messaggio del leader al centrosinistra
Nel giro di poche ore, però, la discussione sulle ricomposizioni possibili si scontra con posizioni che chiudono (o restringono) le porte. E alcune dichiarazioni, più di altre, sono destinate a restare.
Il punto è semplice: mentre nel centrosinistra si cerca la formula giusta per compattarsi, qualcuno sceglie di marcare una distanza netta, rivendicando una strada alternativa e autonoma.

Calenda chiude: “Resto fuori dal centrosinistra”
“Non ci penso proprio a rientrare nel centrosinistra e resto ancorato al progetto di un polo riformista, un terzo polo, perché non si può far finta che le cose ci siano se non esistono”. Con queste parole Carlo Calenda traccia una linea chiara: per lui il rientro nel centrosinistra non è un’opzione.
Il leader di Azione, in un’intervista al Foglio, lega l’esito del voto a una lettura più ampia: “l’alta partecipazione parla di un Paese che, di fronte all’estrema politicizzazione, ha votato anche sul governo e sullo sfondo di uno scenario di guerra con la sagoma di Donald Trump sovrapposta a quella di Giorgia Meloni”.

Le parole su riforme e governo: la linea riformista
Secondo Calenda, il risultato è una “pietra tombale su qualsiasi riforma costituzionale”, e rimarca che la proposta di un’Assemblea costituente sarebbe stata ignorata. Poi l’affondo politico si sposta sull’esecutivo, con un messaggio diretto alla premier: “evitare di buttarsi sulla legge elettorale e fare invece un provvedimento incisivo sull’energia, spendendosi per il rilancio della Nato europea e mollando Trump che è diventato per lei una liability, riprendendo piuttosto la linea virtuosa di dialogo con il cancelliere tedesco Friedrich Merz”.
Una posizione che, nei toni e nei contenuti, lo colloca su un binario diverso: distante dalla destra, ma anche da una parte dell’opposizione.
Il nodo alleanze: perché il “campo largo” non lo convince
Il tema centrale resta quello delle alleanze politiche. Calenda è esplicito: “uno va dove ha basi valoriali in comune e io come faccio ad andare con chi si oppone al riarmo europeo, con chi dice no agli aiuti all’Ucraina o con chi, in nome dell’ambiente, ci trascinerebbe verso il sottosviluppo?”.
È la frase che fotografa la distanza dal campo largo e, di fatto, rende più complicata l’idea di un fronte unico. Per Calenda, la compatibilità non è un dettaglio: è la precondizione.
Il “terzo polo” e la stoccata finale
Da qui il rilancio del progetto di un terzo polo riformista: “Azione tiene alta la bandiera di un polo riformista con l’obiettivo di convincere gli italiani che si astengono a votare per qualcosa, non contro qualcosa. Le porte sono aperte a chi davvero vuole il rafforzamento della Ue pena la scomparsa dell’Europa stessa”.
E in chiusura arriva anche la stoccata: “l’unico autogol che può fare la sinistra oggi è mettersi a parlare di primarie da qui al 2027 e lo faranno”, aggiungendo di non temere una corsa solitaria perché “il rischio fa parte della vita”. Un messaggio che, dopo la vittoria del No, contribuisce a ridefinire ancora di più la geografia politica italiana.


