
«Finalmente la nostra bambina è tornata a casa». Con queste parole, affidate a uno scritto, Fabio Di Vico, padre di Sofia, racconta il ritorno della figlia nella loro Maddaloni dopo l’autopsia disposta dalla legge. Un momento che segna l’inizio del lutto per la famiglia, ma anche il bisogno di ricordare la ragazza per quello che era: una giovane piena di entusiasmo, con il basket al centro della sua vita.
Il padre sceglie di non entrare nel merito delle circostanze che hanno portato alla morte della figlia. «Ci sarà un momento per dire ciò che penso», scrive, spiegando di avere fiducia nella magistratura e nel lavoro degli investigatori. «La polizia può già contare su registrazioni e documenti abbastanza chiari».
In questo momento, però, la priorità è un’altra: ricordare Sofia e trasformare il dolore in una battaglia di sensibilizzazione su una patologia spesso sottovalutata, quella dell’allergia al latte e ai suoi derivati. «Vogliamo solo la verità – spiega il padre – perché tragedie come questa possano servire da monito e non si ripetano più».
La possibilità di eventuali responsabilità sarà valutata più avanti. «Se ci sono errori, chiediamo che vengano individuati e che chi li ha commessi paghi», chiarisce. Ma ora, alla vigilia dei funerali, il pensiero della famiglia è dedicato soltanto alla figlia: «È il momento di omaggiarla».
Il ricordo del padre torna all’ultima giornata trascorsa insieme, durante la trasferta a Roma per il torneo “Mare di Roma Trophy Pink”, dove Sofia giocava con la Unio Basket Maddaloni. L’entusiasmo della ragazza era palpabile: la squadra aveva affrontato avversarie importanti e l’atmosfera era quella delle grandi occasioni.
Dopo la partita c’era stato spazio anche per una visita alla città. Sofia aveva ammirato i luoghi simbolo della capitale – dal Colosseo alla Fontana di Trevi, fino a Piazza di Spagna – con lo stupore negli occhi. Eppure, ricorda il padre, ciò che contava davvero per lei non era il luogo ma le persone: «Poteva trovarsi nel posto più bello o più brutto del mondo, ma guardava alla sostanza, non alla forma. Le trasferte erano gioia perché erano con le sue compagne».
Sofia, racconta Fabio Di Vico, era una ragazza apparentemente timida, ma in realtà semplicemente riservata. Tra le amiche e in famiglia, invece, era il collante del gruppo: «Aveva uno spirito di coesione incredibile. Non pensava mai solo a se stessa ed era amata da tutti».
Fin da piccola aveva imparato a convivere con la sua allergia. Una condizione che l’aveva resa prudente e responsabile. «Non assaggiava mai nulla che non fosse stato controllato. Noi genitori, ma anche parenti e amici, eravamo sempre molto attenti». Nonostante questo, Sofia partecipava a feste ed eventi con discrezione, evitando semplicemente ciò che non era sicura di poter mangiare.
Il basket, invece, era la sua vera passione. Non una scelta casuale: «Lo aveva scelto proprio perché è un gioco di squadra, che unisce e non mette al centro il singolo». I tornei, le trasferte, le nuove città da scoprire con la squadra erano parte di un mondo che la faceva sentire viva. Como, Cesenatico, Capri: tappe di un percorso sportivo che il padre aveva sempre condiviso con lei.
Anche nell’ultimo viaggio, a Roma, era accanto a sua figlia. «Il nostro ultimo viaggio insieme», scrive.
Tra i ricordi più luminosi ne emerge uno, ancora vicino nel tempo: l’ultima sera prima della tragedia. Sofia era felice, piena di energia. «Un’ora prima che andasse via per sempre era allegra come non mai», racconta il padre. Aveva in mente una serata diversa dal solito, pronta a rompere la regola dell’andare a letto presto.
«Saltellava e mi ha detto: “Stasera giochiamo fino a tardi con le compagne. Seratona con le carte di Uno”».
Quella partita, però, non è mai iniziata.
Sotto indagine il cibo del ristorante: la Procura apre un fascicolo
Finisce sotto la lente degli inquirenti il cibo consumato da Sofia Di Vico e la cucina del ristorante del camping di Ostia in cui la quindicenne campana stava soggiornando con la squadra per partecipare a un torneo di basket nella Capitale. La ragazza si è sentita male giovedì sera durante la cena con le compagne di squadra, scatenando una tragedia che ora la Procura vuole ricostruire in ogni dettaglio.
Gli investigatori stanno verificando se durante la preparazione del piatto consumato dalla giovane – uova strapazzate e fagiolini – siano stati utilizzati latte o formaggio, oppure se possa essersi verificata una contaminazione degli alimenti. Sofia era infatti affetta da una grave allergia alle proteine del latte, condizione che – secondo quanto emerso – sarebbe stata nota al locale.
Per chiarire le circostanze del decesso è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo. Le indagini, affidate alla polizia, sono concentrate in queste ore sull’ascolto del personale e del responsabile del ristorante, oltre che delle persone che si trovavano con la ragazza al momento della cena.
Un ruolo decisivo lo avranno gli esiti dell’autopsia, eseguita al Policlinico di Tor Vergata. Gli accertamenti medico-legali dovranno stabilire se la quindicenne sia morta a causa di uno shock anafilattico e se nel cibo ingerito fossero presenti tracce di latte.
Mentre proseguono gli accertamenti per fare piena luce su quanto accaduto, per la famiglia e per chi la conosceva è il tempo dello sgomento e del dolore per la perdita improvvisa di una giovane atleta che viveva con entusiasmo la sua passione per il basket.


