
Un incidente improvviso, nel momento più delicato, quando tutto sembrava ormai risolto. La missione americana per il recupero del pilota disperso in Iran ha vissuto il suo passaggio più critico proprio nella fase finale, quando due aerei Hercules si sono scontrati sulla pista improvvisata allestita nel cuore del territorio nemico. Un impatto che ha riportato alla memoria uno dei fallimenti più pesanti della storia militare statunitense, trasformando per alcuni minuti un’operazione riuscita in un possibile disastro.
Il rischio è stato reale e concreto: nella notte iraniana, mentre il personale veniva redistribuito e il pilota era ormai salvo, lo scontro tra i due velivoli ha creato una situazione di caos operativo e vulnerabilità. Con l’alba alle porte e la presenza crescente di pattuglie locali monitorate dai droni, la missione ha rischiato di essere compromessa proprio sul traguardo, in un contesto in cui ogni minuto poteva fare la differenza.
Il precedente che spaventa Washington
Il timore più grande, nelle stanze del Pentagono e della Casa Bianca, è stato quello di rivivere lo spettro del 1980, quando l’operazione Eagle Claw fallì proprio a causa di una collisione tra velivoli. All’epoca lo scontro tra un C130 e un elicottero provocò un incendio devastante, costringendo gli Stati Uniti ad abbandonare il tentativo di liberare gli ostaggi a Teheran e segnando un colpo politico decisivo per la presidenza Carter.
Il parallelismo è stato immediato. Anche questa volta il teatro era l’Iran, anche questa volta una pista improvvisata nel deserto, anche questa volta un errore tecnico capace di mettere in crisi un’intera operazione. Ma rispetto ad allora, la differenza è stata nella capacità di reazione: in pochi minuti i militari americani hanno deciso di abbandonare i due velivoli danneggiati, trasferire gli uomini sugli altri aerei e proseguire la missione senza esitazioni.
Una missione ad altissimo rischio
Il recupero del pilota americano, un ufficiale specializzato nella gestione degli armamenti di un F15E Strike Eagle, è avvenuto in condizioni estreme. Il militare si era rifugiato in una zona montuosa a oltre duemila metri di quota, rendendo difficili le operazioni degli elicotteri e costringendo i pianificatori a costruire una vera e propria base operativa temporanea.
Gli Hercules hanno trasportato sul posto unità delle forze speciali, tra cui uomini del Team 6 dei Navy Seals, incaricati di mettere in sicurezza l’area e coordinare il recupero. Dopo l’estrazione, il rientro verso la pista ha rappresentato la fase più delicata, proprio quella in cui si è verificato l’incidente tra i due velivoli, mettendo a rischio l’intera catena logistica dell’operazione.
Il giallo degli elicotteri distrutti
A missione conclusa, resta un elemento ancora oscuro. Nelle immagini diffuse da fonti iraniane compaiono i resti carbonizzati di uno o forse due piccoli elicotteri MH6 Little Bird, mezzi leggeri e altamente manovrabili utilizzati dalle forze speciali. Non è chiaro se siano stati distrutti durante le operazioni o se la loro eliminazione fosse prevista per evitare che cadessero in mano nemica.
La base improvvisata, individuata nella provincia di Isfahan, è stata abbandonata rapidamente dopo aver piazzato cariche esplosive sui velivoli danneggiati. In pochi minuti, degli aerei è rimasta solo una colonna di fumo. Un finale che chiude una missione riuscita, ma segnata da un ultimo, improvviso brivido che avrebbe potuto cambiare tutto.


