
In una intervista a Repubblica, il dissidente iraniano Abdollah Momeni descrive un Paese arrivato a un punto di svolta, stretto tra guerra, repressione interna e crisi di legittimità del potere. La sua analisi, lucida e drammatica, parte da un riferimento teorico preciso: la “pace perpetua” di Immanuel Kant, fondata su Stati democratici e sul consenso dei cittadini.
Secondo Momeni, è proprio questa la chiave per comprendere il presente iraniano e immaginarne il futuro: senza una vera transizione democratica, il ciclo di conflitti e instabilità è destinato a ripetersi.
“Un Paese intrappolato tra guerra e crisi interna”
Parlando da Teheran mentre proseguono i bombardamenti, Momeni descrive una situazione estremamente fragile. La popolazione civile vive in una condizione di insicurezza diffusa, tra distruzione delle infrastrutture, pressione economica e un numero crescente di vittime.
Il dissidente sottolinea come il sistema politico si sia ulteriormente chiuso su sé stesso, incapace di offrire risposte. Dopo mesi di proteste e ora con la guerra in corso, una parte sempre più ampia della società iraniana avrebbe maturato una convinzione netta: il governo non solo non garantisce sviluppo e democrazia, ma non è nemmeno più in grado di assicurare la sicurezza dei cittadini.
“Il regime non cambia senza una vera transizione”
Momeni respinge l’idea che il conflitto possa produrre automaticamente un cambiamento politico. Anche se la guerra può alterare gli equilibri di potere, non è sufficiente a determinare una trasformazione reale del sistema.
Secondo la sua analisi, ciò che si osserva oggi è piuttosto una erosione di un sistema già delegittimato, ma non ancora sostituito. Il rischio, anzi, è quello di una continuità dell’autoritarismo sotto forme diverse, anche con eventuali appoggi esterni.
Il dissidente è netto su questo punto: una successione interna o una riorganizzazione del potere senza coinvolgimento popolare non può essere considerata un vero cambiamento.
Il ruolo dei Pasdaran e il rischio militarizzazione
Nel contesto di guerra, le Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran) stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Tuttavia, Momeni avverte che una deriva verso un autoritarismo militare non risolverebbe la crisi.
La società iraniana, sostiene, non accetterebbe una nuova forma di dittatura. Senza consenso popolare, nessun sistema può reggersi nel lungo periodo. Anche un rafforzamento temporaneo delle strutture militari sarebbe destinato a scontrarsi con una domanda crescente di cambiamento.
“La società è cambiata, il sistema no”
Uno degli elementi più rilevanti dell’analisi riguarda il divario tra Stato e società. Secondo Momeni, l’Iran di oggi non è più quello di qualche anno fa: la popolazione è più consapevole, più esigente e meno disposta ad accettare compromessi.
Questo squilibrio rende il sistema attuale sempre più fragile. La repressione può intensificarsi, ma non è più sufficiente a ristabilire un controllo stabile. Il Paese si troverebbe dunque davanti a un passaggio storico, dai contorni ancora incerti.
La necessità di una transizione democratica
Per Momeni, la soluzione non può che essere una transizione democratica strutturata, capace di garantire diritti, rappresentanza e autodeterminazione.
Non si tratta solo di una questione interna, ma anche regionale. Senza un cambiamento profondo del sistema politico iraniano, le tensioni con i Paesi vicini e le crisi internazionali continueranno a riprodursi.
La guerra, in questo senso, non è la causa ma la conseguenza di una crisi più profonda, radicata nella struttura del potere.
I possibili protagonisti del cambiamento
Alla domanda su chi potrebbe guidare un eventuale processo costituente, Momeni indica una pluralità di figure. Tra queste cita Mir Hossein Mousavi, storico leader riformista agli arresti domiciliari da oltre quindici anni, il leader religioso sunnita Abdolhamid Ismaeelzahi, e personalità come Narges Mohammadi, simbolo della lotta per i diritti umani.
Accanto a loro, Momeni immagina un ruolo per attivisti, sindacalisti, avvocati e rappresentanti delle diverse minoranze etniche. Il punto centrale è che il cambiamento non può essere imposto dall’esterno né guidato da forze militari: deve nascere dalla società iraniana.
“Serve un’alleanza per la democrazia”
Il dissidente insiste sulla necessità di una alleanza tra società civile e riformisti, anche quelli che in passato hanno fatto parte del sistema. Una convergenza che, secondo lui, è ormai inevitabile per difendere principi fondamentali come lo Stato di diritto, i diritti umani e l’integrità territoriale.
Senza questa alleanza, il rischio è quello di una frammentazione che renderebbe impossibile qualsiasi transizione ordinata.
Una via d’uscita anche per il potere
In modo significativo, Momeni suggerisce che una transizione democratica potrebbe rappresentare una via d’uscita anche per gli attuali vertici del potere. Attraverso strumenti di giustizia transizionale, sarebbe possibile evitare un collasso totale del sistema e accompagnare il cambiamento in modo graduale.
Un passaggio che potrebbe interessare anche l’Europa, chiamata a scegliere se puntare su stabilità immediata o su una prospettiva di lungo periodo fondata sulla democrazia.
“Le democrazie non si fanno la guerra”
Il richiamo finale a Kant sintetizza il senso della riflessione di Momeni. Secondo il dissidente, solo un Iran democratico potrà uscire dal ciclo di conflitti e diventare un attore stabile nella regione.
Un Paese fondato sul consenso dei cittadini, conclude, non avrebbe motivo né interesse a entrare in guerra con altri Stati democratici. Ed è proprio questa, oggi, la prospettiva che appare ancora lontana ma sempre più necessaria.


