
NEW YORK – La guerra in Iran non si è chiusa con una vittoria e Donald Trump prova a spostare il terreno dello scontro. Il presidente degli Stati Uniti, stretto tra il malumore della base Maga e il rischio politico delle midterm, apre un nuovo fronte contro la Nato, accusata di non aver sostenuto Washington nel momento decisivo del conflitto. Nel pieno dei negoziati e con una tregua fragile, la Casa Bianca cambia narrativa: la responsabilità della mancata vittoria non è americana, ma degli alleati. E insieme all’accusa arriva la minaccia più pesante, quella di un possibile disimpegno dagli equilibri occidentali costruiti negli ultimi decenni.
La pressione interna e lo scontro con la Nato
Il bivio davanti a Trump è netto: da una parte c’è la base Maga che lo accusa di non essere arrivato fino in fondo nella guerra contro l’Iran, dall’altra il rischio di una nuova escalation. In questo equilibrio instabile, il presidente sceglie di individuare un bersaglio esterno. “Li abbiamo testati e hanno fallito”, fa sapere la Casa Bianca riferendosi agli alleati della Nato, colpevoli, secondo Washington, di non aver partecipato al conflitto. È la linea che accompagna l’incontro con il segretario generale Mark Rutte, durante il quale viene evocata anche l’ipotesi di uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza o, più concretamente, il ritiro delle truppe americane dai Paesi europei considerati poco collaborativi.
Le parole del presidente servono anche a contenere la pressione interna. La base più radicale lo accusa di essersi piegato a Teheran con il cessate il fuoco, alimentando la narrazione del leader che “si tira indietro”. Trump prova a reagire rivendicando che esiste un nucleo ristretto di punti negoziali “significativi” e attaccando chi diffonde versioni alternative degli accordi, definiti “ciarlatani” e “truffatori”. Allo stesso tempo ribadisce che l’Iran non potrà sviluppare il nucleare e che eventuali aiuti alla ricostruzione militare saranno sanzionati.
Groenlandia e Hormuz, la nuova linea di Trump
Ma è sul piano geopolitico che emerge la linea più aggressiva. Dopo l’incontro con Rutte, Trump torna a colpire gli alleati anche sul suo social, rilanciando il tema della Groenlandia. “Ricordate la Groenlandia: quel grosso pezzo di ghiaccio, mal gestito”, scrive, riaprendo uno scenario che sembrava archiviato ma che resta coerente con una visione sempre più transazionale dei rapporti internazionali.
Nello stesso schema si inserisce anche l’idea di una possibile joint venture con l’Iran per la gestione dello Stretto di Hormuz. Una proposta che da un lato punta a trasformare la crisi in un’opportunità economica, ma dall’altro rischia di legittimare proprio il regime che pochi giorni prima era indicato come nemico da abbattere. È la contraddizione che attraversa tutta la strategia americana in queste settimane: minaccia, negoziato e interesse economico convivono senza una linea stabile.
Mentre i colloqui di Islamabad si preparano a entrare nel vivo, con il vicepresidente Vance alla guida della delegazione statunitense, resta aperta la questione decisiva: se la tregua reggerà e porterà a un accordo accettabile anche per l’elettorato interno, oppure se Trump sceglierà di riaprire il conflitto. Ma una cosa è già evidente: la frattura con gli alleati occidentali non è più una tensione tattica, è diventata una linea politica.


