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“Chi l’ha aiutato a scappare”. Elia Del Grande, indagata proprio lei! Cosa è emerso

Pubblicato: 11/04/2026 16:07

Il caso di Elia Del Grande torna prepotentemente al centro della cronaca giudiziaria e nazionale dopo la sua breve ma intensa fuga conclusasi con un nuovo arresto. La vicenda ha inizio durante il giorno di Pasqua, quando l’uomo ha approfittato di un permesso premio per allontanarsi dalla casa di lavoro di Alba, in provincia di Cuneo, dove era detenuto. Del Grande non è un nome nuovo per le autorità italiane visto che nel 1998 si rese protagonista di un efferato triplice omicidio a Cadrezza, nel Varesotto, uccidendo il padre, la madre e il fratello. Dopo aver scontato oltre ventisei anni di carcere, l’uomo si trovava in un regime di semilibertà vigilata che gli permetteva di svolgere attività di volontariato presso una mensa per i poveri, ma la sua decisione di non fare rientro nella struttura ha dato il via a una caccia all’uomo durata quattro giorni.

La decisione del gip di Varese

A seguito della cattura avvenuta mercoledì scorso a Varano Borghi, Elia Del Grande è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Marcello Buffa. Durante l’interrogatorio di garanzia svoltosi nel carcere di Varese, il magistrato ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Le motivazioni che hanno portato a questa stretta sono molteplici e non riguardano esclusivamente l’evasione. Durante il tentativo di sottrarsi alla cattura, il cinquantenne avrebbe infatti opposto una strenua resistenza, arrivando a investire e ferire un carabiniere nel disperato tentativo di aprirsi un varco per la fuga. Questo episodio ha aggravato pesantemente la sua posizione giuridica, portando le accuse a includere lesioni a pubblico ufficiale e resistenza aggravata.

I dettagli della fuga rocambolesca

La ricostruzione dei movimenti compiuti da Del Grande tra il Piemonte e la Lombardia rivela una dinamica particolarmente violenta. Oltre al ferimento del militare, gli inquirenti contestano all’uomo il reato di rapina aggravata ai danni di una donna di settant’anni. Secondo le indagini preliminari, il fuggitivo avrebbe aggredito l’anziana per sottrarle con la forza la propria autovettura, utilizzandola poi per spostarsi rapidamente sul territorio. Questo comportamento delinea un profilo di estrema pericolosità sociale, confermando che il lungo periodo di detenzione non aveva ancora del tutto mitigato l’indole violenta già manifestata nel tragico episodio di cronaca nera della fine degli anni novanta. La sua corsa è terminata solo grazie a un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine che monitoravano costantemente l’area del Varesotto.

Parallelamente all’azione della magistratura di Varese, la procura di Alba ha deciso di aprire un fascicolo separato per fare luce sulla rete di contatti che potrebbe aver agevolato l’evasione. Al centro di questo filone investigativo si trova una vecchia amica di Del Grande, residente ad Angera. Gli investigatori sospettano che la donna si sia recata personalmente in Piemonte per recuperare l’uomo subito dopo l’allontanamento dalla mensa dei poveri, offrendogli un passaggio in auto fino alla provincia di Varese. Al momento la donna risulta indagata e la magistratura sta cercando di determinare con precisione se lei fosse a conoscenza dello stato di detenzione dell’uomo o se sia stata manipolata. Risulta fondamentale chiarire come i due siano riusciti a comunicare per coordinare l’incontro, dato che l’uso di dispositivi elettronici da parte del detenuto avrebbe dovuto essere strettamente limitato o monitorato.

Il contesto di una libertà tradita

L’intera vicenda solleva interrogativi profondi sulla gestione dei permessi per i detenuti che hanno compiuto crimini di estrema gravità. Elia Del Grande aveva ottenuto la fiducia delle istituzioni grazie a un percorso di riabilitazione apparentemente positivo, durato oltre un quarto di secolo. Tuttavia, il passaggio dal volontariato alla fuga pianificata dimostra quanto possa essere fragile l’equilibrio della rieducazione carceraria. Le autorità stanno ora setacciando ogni singola telefonata e ogni messaggio scambiato dal cinquantenne nelle settimane precedenti a Pasqua per capire se la fuga fosse un gesto d’impulso o il risultato di una strategia premeditata con l’aiuto di complici esterni. Resta il fatto che un uomo già condannato per una strage familiare è tornato a seminare il panico tra le strade della Lombardia, colpendo civili e rappresentanti dello Stato.

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Ultimo Aggiornamento: 11/04/2026 16:08

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