
La nuova missione europea nello Stretto di Hormuz prende forma tra diplomazia e strategia militare, mentre i governi del continente cercano un equilibrio sempre più complesso tra autonomia e dipendenza dagli Stati Uniti. Il vertice di Parigi tra Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Keir Starmer ha segnato un passaggio chiave: l’Europa vuole esserci, ma sa di non poter fare tutto da sola. E soprattutto sa che il Golfo Persico non è il Mar Rosso, e che senza una copertura credibile il rischio operativo diventa politico.
Nel cuore della discussione c’è il destino della missione Aspides, già attiva contro le minacce degli Houthi, che Roma vorrebbe ampliare per adattarla al nuovo scenario. Una scelta che appare più pragmatica rispetto alla riattivazione di vecchie missioni come Emasoh/Agenor, ma che apre un nodo giuridico e politico tutt’altro che secondario: come costruire una coalizione più ampia senza snaturare il perimetro europeo. Non si tratta solo di una questione tecnica, ma di una sfida di posizionamento internazionale.
Il nodo politico: allargare senza perdere il controllo
L’idea di includere Paesi extra-Ue come Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Singapore e soprattutto India risponde a una logica precisa: dimostrare che l’Europa è capace di guidare un’alleanza multilaterale alternativa all’unilateralismo americano. Ma è proprio qui che emergono le contraddizioni. Perché ampliare la missione significa anche ridefinirne le regole, costruire una nuova cornice giuridica e accettare che il comando non sia più esclusivamente europeo.
Il passaggio cruciale sarà il vertice di Londra della prossima settimana, dove si capirà se questa architettura può reggere. Nel frattempo, le consultazioni tra i partner sono serrate, segno che la partita è tutt’altro che chiusa. La sensazione è che l’Europa stia tentando un salto di qualità strategico, ma senza avere ancora una piena autonomia operativa.
Il piano militare: leadership anglo-francese, ruolo chiave dell’Italia
Sul piano operativo, il baricentro della missione sarà affidato a Francia e Regno Unito, che metteranno in campo fregate e cacciatorpediniere per la difesa da droni e missili. Una leadership quasi inevitabile, considerando le capacità navali disponibili. L’Italia, invece, giocherà una partita diversa ma decisiva: quella dello sminamento.
Roma è pronta a schierare una fregata Fremm e una nave logistica, ma soprattutto due o tre cacciamine, tra i più avanzati al mondo. È qui che si misura il vero valore aggiunto italiano: la capacità di bonificare acque potenzialmente minate in tempi rapidi, con unità dotate di droni sottomarini e personale altamente specializzato. Le navi partirebbero da La Spezia, con un percorso protetto fino a Hormuz attraverso Suez e l’Oman.
In questo campo, gli italiani sono considerati tra i migliori insieme a giapponesi e sudcoreani. E non è un dettaglio: lo sminamento è uno degli aspetti più delicati dell’intera operazione, perché determina la sicurezza delle rotte commerciali e quindi la stabilità economica globale.
Le debolezze europee e l’ombra degli Stati Uniti
Il confronto con gli altri partner europei evidenzia però una fragilità strutturale. La Germania, ad esempio, dispone di cacciamine non adatti a missioni oceaniche. Francia e Regno Unito hanno mezzi limitati o tecnologie ancora sperimentali. Belgio e Olanda hanno ceduto gran parte delle loro capacità ai Paesi baltici. Il risultato è un’Europa che, ancora una volta, fatica a sostenere una missione complessa senza appoggi esterni.
Ed è qui che torna il nodo americano. Perché mentre ufficialmente si discute di autonomia strategica, nei fatti resta aperta la domanda centrale: cosa accade se gli Stati Uniti si tirano indietro? Non è un’ipotesi teorica. Per questo l’Unione si prepara a simulazioni militari basate sull’attivazione dell’articolo 42.7, il meccanismo di mutua difesa europea.
Non è solo un’esercitazione. È il segnale che lo scenario è cambiato. E che l’Europa, oggi, si trova davanti a una scelta che non può più rimandare: continuare a delegare la propria sicurezza o iniziare davvero a costruirla.


