
Roma. Una giornata iniziata tra le tensioni e finita sul filo di un equilibrio precario, con il rischio concreto di uno scontro istituzionale evitato solo nelle ultime ore. Il faccia a faccia tra Sergio Mattarella e il sottosegretario Alfredo Mantovano ha cambiato il corso degli eventi, imponendo al governo una correzione rapida sul decreto Sicurezza. Nel chiuso dei palazzi, mentre al Senato si diffondevano voci di numeri incerti e tensioni nella maggioranza, il Colle ha fatto pesare il proprio ruolo, mettendo un argine a una norma ritenuta problematica sul piano costituzionale.
A far esplodere il clima è stata, in serata, la dichiarazione del sottosegretario Nicola Molteni, che ha escluso modifiche immediate, lasciando intendere che il testo sarebbe andato avanti così com’era. Una posizione che ha alimentato il caos, mentre si diffondeva la convinzione che il presidente del Senato Ignazio La Russa non potesse garantire i numeri necessari per l’approvazione. In pochi minuti, il quadro si è fatto instabile, sospeso tra il rischio di uno stop parlamentare e quello, ancora più delicato, di un intervento diretto del Quirinale.
Il colloquio decisivo al Quirinale
Nel pomeriggio, con le indiscrezioni su una possibile mancata firma ormai diffuse, Mantovano sale al Colle. Il colloquio con Mattarella dura circa 45 minuti e segna un passaggio chiave: il governo si impegna a rivedere l’emendamento più contestato, quello sulla remigrazione, sostenuto da Fratelli d’Italia e gradito alla Lega. È in quel momento che arriva il segnale più netto, sintetizzato in una frase che nelle ore successive circola con insistenza nei palazzi: “Così non va”.
Il punto critico riguarda l’impianto della norma, in particolare l’idea di riconoscere incentivi economici agli avvocati coinvolti nelle procedure di rimpatrio. Una soluzione che, secondo il Colle, non regge sul piano dei principi, perché introduce un meccanismo difficilmente compatibile con l’ordinamento. Il compenso, viene fatto notare, non può essere legato all’esito del procedimento, né limitato a una sola categoria professionale, aprendo così una questione più ampia sulla struttura stessa del provvedimento.
Retromarcia e tensioni nella maggioranza
L’effetto del colloquio è immediato. Il governo cambia linea, apre alla possibilità di un decreto correttivo e prova a ricucire una giornata segnata da continui strappi. Fino a poche ore prima, all’interno della maggioranza, si parlava di una presidente del Consiglio Giorgia Meloni determinata a procedere senza modifiche, anche a costo di un braccio di ferro con il Quirinale. La realtà dei fatti impone invece una marcia indietro, dettata più dalla necessità che dalla scelta politica.
Resta però il segno di una gestione complicata, con il Quirinale irritato per le continue anticipazioni e per quel “ping pong” di bozze e trattative che finisce per esporre pubblicamente passaggi che dovrebbero restare riservati. Il capo dello Stato, per prassi, esercita la propria influenza lontano dai riflettori, intervenendo sui testi quando arrivano formalmente sul suo tavolo. Il rischio, in queste dinamiche, è quello di trasformare la moral suasion in un confronto aperto, con conseguenze difficili da controllare.
Il decreto Sicurezza resta dunque un cantiere aperto. Il governo dovrà riscrivere le parti contestate e trovare una soluzione che tenga insieme equilibrio giuridico e tenuta politica. Ma soprattutto dovrà evitare che una crisi sfiorata diventi, al prossimo passaggio, uno scontro reale tra Palazzo Chigi e il Colle.


