
Di fronte a episodi di estrema gravità che coinvolgono il rapporto madre-figli, il dibattito si concentra inevitabilmente sulle possibili condizioni psicopatologiche alla base del gesto. In questo contesto, il presidente della società italiana di psichiatria Guido Di Sciascio ha fornito una lettura clinica del fenomeno, soffermandosi in particolare sull’ipotesi della depressione post partum e sui suoi possibili sviluppi nei casi più gravi.
Secondo lo specialista, si tratta di una condizione che può essere compatibile con alcuni quadri clinici complessi, soprattutto quando preesiste un disagio psichiatrico non trattato o riattivato dopo la nascita di un figlio. Tuttavia, viene sottolineato con chiarezza che nella grande maggioranza dei casi la depressione post partum non evolve verso comportamenti violenti, ma si manifesta attraverso sofferenza, isolamento e sensi di colpa.
Leggi anche: Mamma e figli giù dal balcone, parla il vicino della famiglia: parole sconcertanti
Depressione post partum e rischio di distorsione del giudizio
Nel delineare il quadro clinico, lo psichiatra evidenzia che solo in situazioni estreme una depressione grave non trattata, eventualmente associata a sintomi psicotici o convinzioni deliranti, può alterare profondamente il giudizio della madre.
In questi casi, il vissuto emotivo può subire una deformazione tale da trasformare la percezione della realtà, portando a interpretazioni distorte della relazione con i figli e del proprio ruolo materno. Il confine tra protezione e pericolo, in tali condizioni, può risultare compromesso da una grave alterazione dello stato mentale.

Il concetto di omicidio-suicidio e la distorsione materna
Lo psichiatra descrive alcuni scenari estremi come “suicidi allargati” o omicidi-suicidi a matrice psicopatologica, nei quali il gesto viene vissuto dalla persona come una forma distorta di protezione. In questa condizione, la madre può convincersi di agire per salvare i figli da una sofferenza percepita come inevitabile o insostenibile.
Secondo questa interpretazione clinica, la funzione protettiva materna non scompare, ma viene profondamente deformata da uno stato di sofferenza psichica che altera la capacità di distinguere tra cura e distruzione.
La perdita del contatto con la realtà
Un elemento centrale individuato dall’esperto riguarda la perdita del contatto con la realtà emotiva e relazionale. Quando si sommano depressione severa, insonnia, angoscia, senso di colpa e possibili contenuti deliranti, può verificarsi una progressiva incapacità di percepire i figli come individui autonomi.
In questa condizione, la relazione madre-figlio può essere inglobata in una visione catastrofica, nella quale il futuro appare annullato e ogni alternativa percepita come impossibile. È in questo quadro che si può sviluppare una frattura profonda del pensiero.

Non solo impulso ma crisi psichica complessa
Lo psichiatra invita a distinguere questi casi da altri episodi di violenza impulsiva. A differenza di gesti legati a rabbia, frustrazione o discontrollo comportamentale, qui si tratterebbe di una possibile crisi depressiva grave, eventualmente con componenti psicotiche, in cui l’azione matura all’interno di un processo mentale progressivo.
Non si tratterebbe quindi di un gesto istintivo in senso comune, ma di una rottura strutturata del funzionamento psichico, che si sviluppa nel tempo e compromette la capacità di valutazione della realtà.
Prevenzione e supporto alla salute mentale materna
Sul piano preventivo, viene sottolineata l’importanza di non considerare la maternità come una condizione di invulnerabilità psicologica. Il periodo post parto richiede attenzione non solo fisica ma anche mentale, con strumenti di monitoraggio e supporto accessibili.
Secondo lo specialista, è fondamentale che vengano introdotti controlli sullo stato psicologico post partum, con attenzione a segnali come alterazioni dell’umore, disturbi del sonno, ansia e pensieri di morte. Anche il ruolo della famiglia risulta centrale, nel riconoscere segnali di sofferenza senza minimizzarli.
Infine, viene ribadito che chiedere aiuto non rappresenta una debolezza, ma un elemento di tutela sia per la madre sia per i figli, nell’ottica di una prevenzione efficace dei casi più estremi.


