
Dice di voler “prendere atto”, ma senza considerare la vicenda chiusa. Beatrice Venezi commenta così il suo allontanamento di fatto dal teatro Teatro La Fenice, una decisione appresa inizialmente solo tramite le agenzie di stampa.
La direttrice d’orchestra sottolinea infatti di essere venuta a conoscenza della rimozione attraverso le notizie diffuse dall’ANSA, senza alcun contatto preventivo da parte della direzione del teatro, e solo successivamente di aver ricevuto una comunicazione formale.
Nella sua nota, Venezi usa toni insieme formali e combattivi: «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno».

Il caso si inserisce in un contesto già segnato da forti tensioni interne e polemiche pubbliche, che secondo lo staff della direttrice sarebbero state alimentate da una lettura “distorta” delle sue dichiarazioni.
Al centro dello scontro c’è un’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nación, che secondo la difesa della direttrice sarebbe stata «strumentalizzata» e non compresa nel suo reale contesto.
Lo staff della direttrice insiste sul fatto che le parole pronunciate non avessero alcuna intenzione offensiva verso il teatro o i suoi lavoratori, respingendo al tempo stesso le accuse di mancanza di rispetto.
Venezi rincara la dose denunciando un clima ostile: «Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro», afferma, parlando invece di attacchi personali ricevuti negli ultimi mesi.
In un passaggio ancora più duro, sostiene di essere stata oggetto di diffamazione e pressioni: «diffamata, calunniata, offesa e bullizzata», anche attraverso social e media, con l’obiettivo – secondo la sua versione – di danneggiarne la carriera.
Sul fronte istituzionale interviene il sovrintendente Nicola Colabianchi, che ammette come la decisione sia stata difficile e non prevista nei piani iniziali, ma resa necessaria da dichiarazioni considerate incompatibili con il ruolo.
Infine, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ribadisce che si tratta di una scelta autonoma della governance del teatro, definita «atto insindacabile», su cui il governo non avrebbe avuto alcuna possibilità di intervento.


