
Il convegno organizzato dall’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori presso il Memoriale della Shoah di Milano ha offerto uno spaccato inquietante e profondo sulla recrudescenza del sentimento di avversione che attraversa la società contemporanea. La senatrice a vita Liliana Segre, figura simbolo della memoria storica nazionale, ha aperto i lavori con una riflessione amara sulla persistenza del pregiudizio, sottolineando come la spirale della violenza verbale non sembri concedere tregua nemmeno di fronte all’avanzare dell’età e alla testimonianza diretta degli orrori passati. La sua partecipazione, avvenuta in un luogo carico di significati dolorosi come il Binario 21, ha fatto da perno a un dibattito che ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni e delle comunità per analizzare le recenti tensioni scaturite durante le celebrazioni del 25 aprile.
L’allarme della senatrice per la deriva dell’odio
Liliana Segre ha espresso con estrema chiarezza la sua preoccupazione per quella che ha definito una valanga d’odio inarrestabile. A 96 anni, la senatrice si trova ancora a dover fronteggiare messaggi carichi di livore che ricalcano, per intensità e contenuto, le minacce ricevute telefonicamente nel lontano 1938, poco prima della sua deportazione. Questo parallelismo storico evidenzia una continuità temporale del pregiudizio che colpisce profondamente la sua sensibilità di madre e di testimone. La senatrice ha ribadito che il Memoriale della Shoah non è per lei un semplice spazio museale, ma il luogo fisico da cui iniziò il suo viaggio verso Auschwitz a causa di un governo che aveva scelto la via della persecuzione. Nonostante il passare dei decenni e l’alternanza dei governi, la Segre avverte come l’antisemitismo, rimasto a lungo latente, stia riemergendo con una forza rinnovata che mette a dura prova la tenuta civile del paese.
Il punto di vista del ministro sull’ordine pubblico
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha partecipato all’evento ribadendo la sua vicinanza personale e istituzionale alla senatrice e alla comunità ebraica. Analizzando i fatti accaduti a Milano durante la festa della Liberazione, il ministro ha usato parole di ferma condanna per definire le violenze e le contestazioni registrate lungo il percorso del corteo. Secondo Piantedosi, sono state messe in atto delle manovre diversive gravi per distogliere l’attenzione dal reale significato della ricorrenza. Il ministro ha tenuto a precisare che la presenza della Brigata ebraica è pienamente legittima in virtù del contributo storico fondamentale dato alla Liberazione d’Italia. Egli ha inoltre ravvisato una profonda contraddizione nel vedere l’uso della forza proprio nel giorno in cui si celebra la fine della violenza bellica e l’inizio della democrazia. La protezione della comunità ebraica da ogni forma di discriminazione resta, nelle parole del titolare del Viminale, una priorità assoluta per lo Stato.
Le posizioni divergenti sull’uso dei simboli nazionali
Sulla questione specifica delle bandiere d’Israele esposte durante la manifestazione si è espresso Roberto Jarach, presidente del Memoriale della Shoah. Jarach ha manifestato una posizione cauta, dichiarandosi personalmente contrario all’ostentazione di tali simboli durante il corteo del 25 aprile. La sua tesi si basa sull’osservazione che, negli ultimi quindici anni, l’aggiunta di queste bandiere non è stata compresa dalla folla e viene spesso interpretata come una provocazione, finendo per danneggiare l’obiettivo primario che sarebbe invece quello di valorizzare la memoria della Brigata ebraica. In merito allo scontro legale in atto tra l’Anpi e la Comunità ebraica milanese, Jarach ha espresso scetticismo sull’utilità dei ricorsi alla magistratura, ritenendo che i tempi lunghi della giustizia non aiutino a risolvere tensioni che richiederebbero piuttosto un confronto franco e immediato tra le parti coinvolte per ritrovare un terreno comune di dialogo.
La necessità di un dialogo oltre le denunce legali
Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, ha contribuito alla discussione definendo i fatti di Milano come una ferita amara che richiede una soluzione collettiva e condivisa. Fiano ha evidenziato come le contestazioni alla Brigata ebraica, sebbene presenti da circa vent’anni, abbiano assunto quest’anno una dimensione numerica e un’intensità preoccupanti. Pur ritenendo legittime le critiche politiche verso l’attuale governo israeliano per le azioni a Gaza o in Iran, egli ha ammonito sul rischio che tale dissenso scivoli verso l’odio generalizzato contro un intero popolo. Allo stesso tempo, Fiano ha preso le distanze dall’accusa di antisemitismo rivolta globalmente all’Anpi, definendola un errore di prospettiva. La via d’uscita suggerita non passa per le aule di tribunale ma per un impegno comune nel disinnescare la polarizzazione ideologica che sta avvelenando il dibattito pubblico e le piazze della città.


