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“Non è in comunità…” Dove si trova davvero Marco Poggi: la scoperta sul fratello di Chiara

Pubblicato: 02/05/2026 22:11
Delitto di Garlasco, immagine collegata al caso Poggi

Il delitto di Garlasco torna a far rumore. E questa volta non per una svolta in tribunale, ma per il vortice di voci e sospetti che continua ad avvolgere il caso, tra web e tv. Sullo sfondo, una domanda che riaccende polemiche e curiosità: dove vive oggi Marco Poggi e cosa c’è di vero in ciò che si legge online?
A mettere un punto – almeno sui fatti – è l’avvocato Francesco Compagna, legale di Marco Poggi, intervenuto a Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli. Il suo messaggio è netto: quando la narrazione scivola nella suggestione, l’effetto può diventare devastante per chi, da anni, prova semplicemente a vivere.

Il “clima tossico” che rimbalza tra web e televisione

Compagna descrive una frattura sempre più evidente tra ciò che appartiene alle indagini e ciò che invece si alimenta online, fino a diventare “notizia” solo perché fa discutere. E lo dice senza giri di parole: “Si è creato un clima tossico, esiste un mondo che riguarda lo svolgimento delle indagini e che aspettiamo serenamente, c’è questo mondo parallelo che nasce sul web con insinuazioni e accuse, si confonde la libera interpretazione con la formulazione di teorie assurde e poi tutto questo finisce per rimbalzare su alcune trasmissioni televisive, c’è una sorta di mondo parallelo in cui la notizia è l’esistenza di notizie, fake news…”.

Un “mondo parallelo” che, secondo il legale, finisce per contaminare tutto: dettagli già affrontati in passato tornano a galla come fossero nuove rivelazioni, e ogni smentita diventa solo benzina sul fuoco.

Marco Poggi e la montagna: perché un dettaglio torna a incendiare la rete

Chiara Poggi, immagine legata al caso del delitto di Garlasco

Tra le voci più insistenti citate dall’avvocato, ce n’è una che colpisce direttamente Marco Poggi: la sua presenza in montagna nel giorno dell’omicidio di Chiara Poggi. Compagna racconta un meccanismo ormai quasi automatico: anche quando emergono riscontri, qualcuno è pronto a dire che non bastano.

Lo spiega con l’esempio delle foto, riportando testualmente: “Si dice ad esempio che non è vero che Marco Poggi fosse in montagna, si ipotizza che la famiglia abbia nascosto le dinamiche riguardanti l’omicidio della figlia, poi non basta nulla, uno fa vedere le foto in montagna e dicono che sono fotomontaggi. Oggi Giuseppe (papà della vittima, ndr) mi diceva che, se serviva, avevano altre foto… è una follia”.

Dal caso Stasi alle perizie: quando la “verità social” semplifica tutto

Nell’intervento in tv, il legale torna anche su uno dei passaggi più noti che portarono alla condanna di Alberto Stasi: il Dna sui pedali della bicicletta. Un elemento che, allora, avrebbe inciso molto sulla percezione complessiva della vicenda, anche emotivamente.

Ma Compagna insiste su un punto: la ricostruzione non può essere ridotta a un solo dettaglio, perché il quadro è stato composto da tantissimi accertamenti. E infatti dice: “All’epoca ciò che cambiò la percezione fu il rinvenimento del Dna sui pedali della bici, i genitori non volevano credere che il fidanzato potesse essere responsabile. Ciò che i telespettatori non sanno è che il numero di perizie fatto è stato vastissimo e i genitori le hanno verificate e analizzate tutte, mentre il mondo dei media ha l’ansia della verità che cancella tutto. Noi sappiamo che c’è un’unica camminata di una sola scarpa e questo sarebbe stato confermato dalla Cattaneo e dai Ris di Cagliari, è difficile scoprire la verità se non si mettono insieme tutti i pezzi, invece adesso sembra quasi un gioco che se trovi la macchia allora cambia tutto”.

Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi, citato nel dibattito sul caso Garlasco

“Tutte bugie e assurdità”: le accuse online e la risposta legale

Il punto, però, non è solo mediatico. Compagna racconta che la famiglia si sarebbe mossa anche sul piano legale per contrastare la circolazione di contenuti ritenuti falsi o diffamatori, soprattutto quando toccano accuse pesantissime.

Le parole riportate sono durissime e restano lì, senza filtri: “Ne abbiamo lette di tutti i colori… Marco tossicodipendente, in una casa di recupero, che aveva file pedoporno, tutte bugie e assurdità che vanno a colpire persone già provate, poi valuterà l’autorità giudiziaria se ci sarà diffamazione o meno”. E aggiunge: “L’impressione che si ha è che questi genitori di Chiara sono figli di nessuno, possono essere aggrediti senza che a nessuno interessi. Conseguenza evidente, visibile a tutti, è l’aggressione mediatica dei suoi più stretti congiunti, c’è stato anche un problema di diffusione delle foto dell’autopsia, molta spregiudicatezza verso la memoria della vittima e anche questo è un motivo di forte dolore. Chi assiste insieme a me Marco Poggi settimanalmente deve redigere esposti e denunce, abbiamo coinvolto il Garante della privacy, la Procura di Pavia”.

Chiara Poggi, immagine collegata alle indagini sul delitto di Garlasco

Il nome di Andrea Sempio e il ritorno delle ricostruzioni alternative

In questo scenario, il nome di Marco Poggi sarebbe tornato con insistenza dentro ipotesi e narrazioni alternative. Un ritorno che, secondo quanto riportato, si intreccia con la nuova attenzione mediatica su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.

Il risultato è un dibattito che continua a riaccendersi, spesso spingendosi oltre ciò che è già stato vagliato, e facendo rimbalzare insinuazioni come se fossero elementi concreti.

Dove vive oggi Marco Poggi: “Non è in una clinica”

Ed eccoci al punto che più colpisce – e che rimette ordine, almeno per un momento. Compagna chiude parlando delle conseguenze personali di questa esposizione continua: un uomo che prova a mantenere una vita normale, ma che periodicamente viene risucchiato nel tritacarne delle voci.

La precisazione finale è chiarissima e riguarda direttamente il presente: “Da tantissimi anni è coinvolto in un grande processo mediatico, inizialmente come vittima ed era già un peso e una cosa non da poco, adesso anche come presunto carnefice o bersaglio gratuito che chiunque può diffamare. Marco non è in una clinica, è un ragazzo normale che lavora, legge i giornali”. E conclude: “Vive e lavora in Veneto ed ha scelto da molti anni di sottrarsi alla comunicazione e proprio perché si sottrae c’è un atteggiamento ancora più violento verso di lui, è una scelta personale. Io gli ho detto magari di fare una intervista, ma ci sono profili di sensibilità che dobbiamo rispettare”.

In altre parole: niente comunità, niente cliniche, niente “vite nascoste” da romanzo noir. Solo una persona che, dopo anni di riflettori, ha scelto il basso profilo. E che oggi si ritrova, ancora una volta, a dover difendere la propria normalità.

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