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Garlasco, documenti segreti ai legali: l’ombra del sabotaggio sulla prima indagine Sempio

Pubblicato: 09/05/2026 10:10

La prima inchiesta su Andrea Sempio sarebbe stata attraversata da anomalie, contatti sospetti e documenti finiti troppo presto nelle mani della difesa. È questo il quadro che emerge dagli atti dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, che rileggono l’archiviazione del 2017 alla luce del nuovo fascicolo sul caso Garlasco e dell’indagine per corruzione che coinvolge l’ex aggiunto Mario Venditti e Giuseppe Sempio, padre dell’indagato. Al centro ci sono passaggi ritenuti opachi, come la presenza dell’allora luogotenente Maurizio Pappalardo in tribunale alla vigilia di Natale del 2016, subito dopo la prima notifica a carico di Sempio, e i contatti definiti dagli investigatori «assolutamente ingiustificati» tra il luogotenente Silvio Sapone e lo stesso Sempio.

Secondo i carabinieri, alcuni elementi porterebbero a una conclusione netta: «Emergeva quindi senza ombra di dubbio come i legali di Sempio fossero venuti in possesso illecitamente della documentazione». Il riferimento è a materiale teoricamente coperto da segreto istruttorio, che sarebbe arrivato nella disponibilità della difesa prima del tempo. In questo quadro viene riletta anche una frase pronunciata da Sempio sui primi contatti del gennaio 2017 con Sapone: «Secondo me era proprio lui che chiamava perché qua è lui quando mi ha proposto la roba». Una frase che oggi gli investigatori considerano uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda.

Le anomalie nell’archiviazione

Dell’archiviazione di Andrea Sempio nel 2017 erano già emersi diversi elementi controversi. C’erano le trascrizioni sbianchettate, i commenti dello stesso Sempio sugli inquirenti che «erano dalla nostra», i soliloqui sulla «ciocca di miei capelli che però per dieci anni nessuna delle squadre di investigatori si è mai accorto». A questi passaggi si erano aggiunte le frasi del padre Giuseppe Sempio, soddisfatto perché «c’è l’archiviazione col nome, è importante», e i riferimenti alla necessità di trovare «la formula di pagare quei signori là». Le perquisizioni del 26 settembre avrebbero poi portato alla luce una cifra vicina ai 60mila euro, non tracciata da movimenti bancari, a fronte di un’attività difensiva giudicata dagli investigatori molto ridotta.

Nel fascicolo sono entrate anche le immagini trovate sul cellulare dell’allora luogotenente Maurizio Pappalardo, figura già coinvolta nell’inchiesta Clean sul cosiddetto “sistema Pavia” e condannata a 5 anni e 8 mesi per corruzione e stalking. Il 24 dicembre 2016, tra le 10.27 e le 10.28, Pappalardo avrebbe fotografato dallo schermo di un computer un elenco di tabulati riferibili a Sempio. Un gesto compiuto, secondo gli investigatori, «senza alcun motivo». E proprio questa circostanza viene definita negli atti con una parola pesante: «inquieta».

Il ruolo delle carte finite fuori tempo

Un altro nodo riguarda il fascicolo d’indagine Skp arrivato sulla scrivania del generale Luciano Garofano, con spillature, timbri e scritte a penna che non risultavano presenti in nessuna delle copie depositate. Per i carabinieri milanesi è «suggestivo» che alcuni appunti manoscritti recuperati in Procura generale a Milano presentino tratti simili a quelli trovati su un post-it. Il punto, ancora una volta, è capire chi abbia avuto accesso ai documenti, chi li abbia annotati e come quel materiale sia arrivato alla consulenza difensiva prima dei tempi e delle forme previste.

Nel mirino finiscono anche le mail dell’allora procuratrice generale di Milano Laura Barbaini, che aveva sostenuto l’accusa contro Alberto Stasi nell’Appello bis. Nei suoi commenti preventivi sugli elementi utili a riaprire il caso, Barbaini criticava il lavoro dei detective privati della Skp, parlando di «metodo fortemente censurabile sul piano probatorio», di una relazione nata per «creare confusione» e di una consulenza genetica Linarello segnata da «criticità che anche un operatore del diritto, pur privo di competenze tecniche specifiche appare in grado di rilevare». Parole che oggi si inseriscono in un quadro più ampio, quello di una prima indagine su Sempio che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stata condizionata dall’interno fino all’archiviazione.

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