
C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui il rumore delle bombe lascia spazio a qualcosa di molto più pericoloso: il silenzio delle diplomazie parallele. È lì che si trova oggi Donald Trump, sospeso tra la tentazione di colpire ancora l’Iran e il timore che una nuova escalation possa trasformarsi in una trappola politica, economica e persino storica. Mentre la Casa Bianca continua a mostrare i muscoli, nel sottosuolo del Medio Oriente si stanno muovendo gli altri protagonisti della regione. E lo stanno facendo senza Washington.
Il vero punto di svolta di queste ore non è soltanto militare. È geopolitico. Perché mentre gli Stati Uniti valutano se riprendere i bombardamenti contro Teheran, diversi paesi arabi starebbero lavorando a un’intesa sotterranea con i vertici iraniani per congelare il conflitto e salvare la stabilità della regione. Una prospettiva che rischia di lasciare Trump isolato proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di mostrare forza e controllo.
Il bivio della Casa Bianca
La situazione alla Casa Bianca assomiglia sempre più a un vicolo stretto. Da una parte c’è l’ipotesi dello stallo, cioè una guerra congelata, lunga, logorante, senza una vera vittoria americana. Dall’altra c’è il rischio di una nuova offensiva contro l’Iran, con conseguenze imprevedibili sull’economia mondiale, sul petrolio e sulla stabilità del Medio Oriente.
Il problema politico per Trump è che entrambe le strade hanno un costo enorme. Secondo gli ultimi sondaggi americani, la guerra viene percepita negativamente dalla maggioranza degli elettori. La popolarità del presidente sarebbe scesa ai livelli delle grandi crisi presidenziali del passato americano, mentre cresce la paura per gli effetti economici del conflitto. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è schizzato verso l’alto, diventando il simbolo concreto di una guerra che entra direttamente nella vita quotidiana delle famiglie.
Ed è proprio questo il nodo che agita la strategia americana. Trump continua a sostenere che il costo economico sia secondario rispetto all’obiettivo di fermare il programma nucleare iraniano. Ma dentro il Partito repubblicano cresce il timore che un conflitto prolungato possa diventare un boomerang devastante in vista delle elezioni di midterm.
Gli sceicchi cambiano strategia
Intanto il mondo arabo sembra essersi spostato su un altro piano. Secondo diverse ricostruzioni diplomatiche, l’Iran avrebbe aperto contatti indiretti con Arabia Saudita, Egitto e Turchia, utilizzando il Pakistan come canale di mediazione. Sul tavolo ci sarebbe una sorta di patto regionale di non aggressione capace di congelare il conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz.
È qui che cambia completamente lo scenario. Per Washington la guerra era nata con obiettivi enormi: ridimensionare il programma nucleare iraniano, indebolire il regime, cancellare la minaccia missilistica e ridefinire gli equilibri regionali. Per molte monarchie arabe, invece, il vero obiettivo sembra essere molto più pragmatico: evitare il caos.
In altre parole, gli alleati degli Stati Uniti non sembrano più interessati a una caduta del regime iraniano. Vogliono soprattutto evitare che il conflitto esploda definitivamente travolgendo petrolio, commerci e stabilità interna. È una differenza strategica gigantesca. Ed è quella che oggi rischia di lasciare Trump da solo davanti alla scelta finale.
La tentazione dell’azzardo
Il presidente americano continua a usare la minaccia militare come leva negoziale. L’idea resta quella di convincere gli ayatollah ad accettare condizioni pesantissime senza arrivare necessariamente a una guerra totale. Ma il problema è che il tempo sembra giocare contro Washington.
Qualche settimana fa gli Stati Uniti avrebbero potuto probabilmente colpire, dichiarare il successo dell’operazione e cercare una via d’uscita politica. Oggi quella finestra appare molto più stretta. Uno stallo prolungato somiglierebbe a una sconfitta. Un accordo al ribasso darebbe l’impressione che l’Iran sia sopravvissuto alla pressione americana. Una nuova offensiva, invece, potrebbe incendiare definitivamente il Medio Oriente.
Per questo dentro la Casa Bianca cresce la sensazione che Trump stia ragionando sempre più in termini di eredità storica personale. L’obiettivo non sarebbe soltanto vincere una crisi internazionale, ma costruire l’immagine di un presidente capace di piegare i grandi nemici geopolitici degli Stati Uniti. Una scommessa enorme, però, perché il confine tra il leader che cambia la storia e quello che resta schiacciato da una guerra lunga è sottilissimo.
E intanto, mentre Washington riflette, nel deserto mediorientale le diplomazie arabe trattano già il dopo.


