
Le dinamiche legate alle grandi inchieste che hanno segnato la storia giudiziaria del nostro Paese continuano a muoversi su fili tesi, dove il trascorrere del tempo non sempre attenua la delicatezza delle tessere mancanti. Quando scenari investigativi complessi si riaprono alla ricerca di verità rimaste nell’ombra, la tutela delle fonti e la conservazione degli elementi probatori diventano una corsa contro il tempo per le autorità inquirenti. Il delicato equilibrio tra la necessità di approfondimento e la salvaguardia di chi è a conoscenza di dettagli cruciali impone una vigilanza strettissima, soprattutto laddove eventi improvvisi rischiano di interrompere bruscamente i canali informativi diretti, costringendo i magistrati a blindare ogni singola testimonianza utile per il prosieguo delle indagini.
L’istanza urgente e la scomparsa di una fonte diretta
C’è un testimone chiave che va protetto e ascoltato subito, prima che qualcuno possa imporgli il silenzio. È questa, in estrema sintesi, la preoccupazione che ha spinto gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser – legali dei familiari delle vittime della Uno Bianca – a depositare un’istanza urgente sulla scrivania dei magistrati bolognesi Lucia Russo e Andrea De Feis. L’obiettivo è blindare i verbali di Franco Ventura, l’ex educatore e tutor universitario che per cinque anni ha seguito in cella Pietro Gugliotta, l’ex poliziotto della banda dei fratelli Savi.
La richiesta nasce da un fatto recente che ha rimescolato le carte della nuova inchiesta sulla Uno Bianca – aperta per scovare i complici mai identificati e le coperture istituzionali di una sigla criminale che tra il 1987 e il 1994 ha lasciato a terra 24 morti. Lo scorso gennaio, Gugliotta si è tolto la vita nel cortile della sua casa a Colle d’Arba, in provincia di Pordenone. Era un uomo libero dal 2008, dopo aver scontato 14 anni di pena, si era risposato e faceva il pensionato. Poi, l’improvviso suicidio per impiccagione, definito «un gesto inspiegabile» dalla sua stessa storica avvocata, Stefania Mannino.
Le confidenze la sera in carcere e il rischio di pressioni
Con la morte di Gugliotta è sparita la fonte diretta di una serie di confidenze pesantissime. Resta solo Ventura, testimone de relato, e i legali delle vittime temono che il professore possa finire nel mirino di chi ha interesse a mantenere i segreti di allora. Nell’istanza si legge chiaramente che: «Sussiste il concreto e attuale rischio che terzi soggetti, interessati a mantenere il segreto sulle citate “protezioni” o sull’identità dei componenti rimasti ignoti, possano esercitare pressioni, minacce o indebite influenze sul testimone per indurlo al silenzio o alla ritrattazione». Le circostanze del suicidio vengono definite dagli avvocati «sospette», il che rende ancora più urgente l’audizione del tutor.
I legali dei familiari fanno riferimento a un intervento pubblico del 30 gennaio 2018 a Bologna, durante il convegno “Uno Bianca, tante storie”. Lì il professore raccontò i dettagli di quei colloqui privati avvenuti la sera in carcere: «Certe volte alla sera quando mi offriva un caffè mi diceva delle cose che mi facevano rimanere a bocca aperta… Un giorno mi disse che avevano il delirio di onnipotenza, un’altra volta mi disse: “Eravamo protetti”. Mi diceva delle cose che poi mi fecero rabbrividire perché erano pericolose. Roberto Savi aveva… erano più di 6, quando faceva un colpo diceva: “Vieni tu, tu no vieni la prossima volta”. Io sono qui perché ho tanti interrogativi che mi hanno tormentato e mi tormentano tutt’ora». La rivelazione che la banda contasse più membri ufficiali e godesse di coperture d’alto livello è il cuore pulsante dell’istanza. Come ricostruito anche dalle colonne de La Nazione, la palla passa ora alla Procura, che dovrà decidere se procedere immediatamente con l’interrogatorio.


