
I risvolti emotivi e umani legati alle grandi tragedie internazionali superano spesso la cronaca pura, trasformandosi in una complessa elaborazione del dolore che unisce comunità distanti. Quando eventi drammatici si consumano in contesti apparentemente protetti, l’attesa dei familiari e il cordoglio dei conoscenti aprono uno squarcio sulle storie personali di chi è rimasto. In queste ore di profonda costernazione, le testimonianze di amici storici e i ricordi d’infanzia si intrecciano ai dettagli logistici dei rimpatri, evidenziando la forza dei legami che uniscono il nostro Paese a mete lontane. Le autorità mantengono il massimo riserbo sulle procedure in corso.
Il dolore a Pegli e il filo spezzato di un amore
A Pegli, sulle colline di Genova, Carlo Sommacal attende il rientro in Italia, dalle Maldive, delle salme della moglie, la biologa marina Monica Montefalcone, e della figlia Giorgia Sommacal, che hanno perso la vita dopo essere rimaste intrappolate in una grotta sommersa nell’atollo di Vaavu. «Non posso crollare ora. Matteo e Federico hanno bisogno di me», spiega al Corriere. Nella casa il silenzio viene interrotto solo dalle telefonate e dalle persone che continuano ad arrivare per dargli conforto.
Matteo è il suo figlio più piccolo, Federico è il fidanzato di Giorgia, che continua a scriverle messaggi sul cellulare nonostante sappia che non riceverà più risposta. «Le mando ancora il buongiorno e la buonanotte, le racconto la mia giornata», dice al quotidiano milanese. «Ieri le ho scritto: “Ciao amore, sono a casa di Matte, dove sei?”. Da quel maledetto giovedì la spunta su WhatsApp è una sola, manca la seconda della consegna. E fa male», racconta. Federico ha sperato fino all’ultimo che i cinque sub italiani morti alle Maldive potessero essersi salvati in qualche modo.
Il ricordo di Capo Mannu e le passioni di famiglia
«Quando Carlo mi ha detto che Giorgia era stata riportata a terra, mi è crollato il mondo. Io sono credente e pregavo che avessero trovato una via di fuga, un rifugio su un’isola deserta, senza cellulare, in attesa dei soccorsi. Era quasi impossibile, lo so. Però avevo quella speranza». Lo conforta solo «l’idea che avranno il saluto che si meritano e io avrò una tomba dove poter mettere un fiore e piangere. Non avrei sopportato che rimanessero lì sotto, lontane». Della fidanzata gli mancano «i piccoli gesti. Giorgia veniva da me al pomeriggio a prendere un caffè mentre lavoravo. Poteva berselo a casa, invece scendeva solo per vedermi. Era l’unica persona, a parte la mia famiglia, che credeva in me come nessun altro. Mi diceva: “Fede, sei in grado di fare qualsiasi cosa”. E con lei riuscivo a fare davvero qualsiasi cosa».
Carlo Sommacal, intanto, chiede rispetto per la memoria della moglie e della figlia. «Sono stufo di insinuazioni, basta», dice. Il suo pensiero è rivolto ai prossimi giorni: «Penso solo a quando atterreranno, ma ci vorranno diversi giorni perché dovranno prima eseguire le autopsie. Dopo esaudirò le volontà di Monica: la farò cremare e spargerò le sue ceneri a Capo Mannu, il nostro posto del cuore, dove trascorrevamo estati felici». Quelle estati le ricorda anche il loro amico, Gianni Lutzu, insegnante di educazione fisica, parlando a La Nuova Sardegna: «Monica veniva in Sardegna già da prima di nascere, quando ancora la portava in grembo mamma Margherita, perché suo papà Dino è sempre stato innamorato della marina di San Vero Milis. E così lo era lei, che aveva trovato in Capo Mannu il suo posto speciale, per correre e passeggiare. L’aspettavo anche quest’anno, come accadeva da cinquant’anni, per passare l’estate assieme. È un colpo durissimo». Gianni Lutzu racconta anche che quella delle immersioni era una passione che, a Monica Montefalcone, era stata trasmessa dal papà. «Finché hanno avuto il gommone, uscivano anche a farne, una passione che lei poi ha trasferito alla figlia Giorgia sin da piccola».


