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Meloni frena sulla difesa: 10 miliardi in meno per mandare un segnale all’Europa

Pubblicato: 29/05/2026 09:17

Giorgia Meloni frena sugli investimenti europei per la difesa e apre una partita politica con Bruxelles. Il governo italiano, secondo quanto ricostruito da Repubblica, sarebbe intenzionato a ridurre in modo consistente l’utilizzo dei prestiti del programma Safe, il fondo europeo pensato per finanziare armamenti e sicurezza nei Paesi membri. La cifra inizialmente prenotata dall’Italia era di quasi 15 miliardi di euro, 14,9 per la precisione, su un totale di 150 miliardi messi a disposizione dalla Commissione europea. Ora però Palazzo Chigi starebbe valutando una stretta: portare avanti soltanto i progetti già legati a contratti esistenti, per un valore di circa 4-5 miliardi, rinunciando o rinviando di fatto circa 10 miliardi di nuovi investimenti.

La scelta avrebbe anche un valore politico preciso. Dopo l’intervento a Mattino 5, dove Meloni ha detto che «non possiamo dire ai cittadini che ci sono soldi solo per la difesa», la premier sembra voler usare il dossier militare come leva nei confronti dell’Unione europea. Il nodo è l’energia. Il 18 maggio la presidente del Consiglio ha scritto a Ursula von der Leyen per chiedere nuove risorse europee contro il caro energia e per la competitività industriale. La risposta della presidente della Commissione è attesa mercoledì 3 giugno. Fino ad allora, secondo Repubblica, il governo non avrebbe intenzione di trasmettere a Bruxelles nuovi progetti per accedere ai fondi Safe, nonostante la scadenza del 31 maggio.

Il nodo dei prestiti Safe

Il programma Security Action for Europe, noto come Safe, prevede prestiti europei da restituire in 45 anni per sostenere gli investimenti in armamenti, munizioni, sicurezza e rafforzamento della capacità militare degli Stati membri. L’Italia aveva prenotato una quota molto rilevante, quasi 15 miliardi, ma la linea di Palazzo Chigi sarebbe cambiata nelle ultime settimane. L’idea sarebbe quella di non aprire nuovi capitoli di spesa, limitandosi ai dossier già in corso e ai contratti già avviati. In questo modo il governo darebbe un segnale a Bruxelles: l’Europa non può chiedere agli Stati uno sforzo straordinario solo sulla difesa, lasciando più scoperto il fronte energetico.

Dietro la frenata ci sarebbe anche un confronto sempre più delicato con Guido Crosetto. Il ministro della Difesa considera il rafforzamento militare uno dei punti centrali del suo mandato e vede nel programma Safe un’occasione importante per modernizzare lo strumento militare italiano, dentro una cornice europea. Il Corriere della Sera parla di «franchi» confronti tra la premier e il ministro e descrive il dossier come prigioniero di una «riflessione politica» che da settimane oppone sensibilità diverse dentro il governo. Da una parte la necessità di rispondere agli impegni europei e atlantici sulla sicurezza, dall’altra il timore di pagare un prezzo politico interno se l’Europa apparisse capace di trovare risorse solo per il riarmo.

La nuova distanza da Bruxelles

Il caso Safe arriva in un momento in cui il rapporto tra Meloni e von der Leyen appare meno lineare rispetto al passato. La sintonia costruita negli ultimi anni tra Palazzo Chigi e la Commissione europea aveva rappresentato uno degli elementi centrali della collocazione internazionale del governo italiano. Ora, però, l’Europa torna a essere anche un problema politico per la premier. La questione non riguarda soltanto la difesa, ma il modo in cui l’Unione decide le sue priorità: soldi e strumenti comuni per la sicurezza, ma ancora nessuna risposta equivalente sul prezzo dell’energia e sulla pressione che pesa su famiglie e imprese.

La mossa di Meloni, dunque, non sembra configurarsi come un no alla difesa europea, ma come un tentativo di riequilibrare il tavolo. Il messaggio è netto: l’Italia non può spiegare ai cittadini che Bruxelles mobilita decine di miliardi per armamenti e sicurezza mentre resta più cauta sulle misure per abbassare i costi dell’energia. Il rischio, però, è che la frenata apra un doppio fronte: con la Commissione europea, chiamata a rispondere alla richiesta italiana, e dentro il governo, dove Crosetto continua a considerare gli investimenti nella difesa una priorità strategica. In mezzo ci sono 10 miliardi che diventano molto più di una cifra contabile: il simbolo di una partita politica tra Roma e Bruxelles.

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